«La falena» si brucia le ali con la fiamma del peccato

Negli anni fra le due guerre del Novecento, la generazione dei Fitzgerald e degli Hemingway, dei Faulkner e degli Steinbeck, James M. Cain (1892-1977) si ritagliò uno spazio non indifferente di critica e di pubblico. Aveva cominciato come giornalista e alla narrativa era arrivato relativamente tardi, intorno ai quarant'anni. Questo gli aveva permesso anche una convivenza, come sceneggiatore, con la nascente cinematografia hollywoodiana meno traumatica di quanto avvenne per talenti più giovani e più fragili per i quali il cinema finì con il rappresentare una fonte di denaro e insieme di vergogna, il buttar giù copioni dove l'ultima parola l'aveva sempre il produttore, il regista, il marketing, ma mai l'autore. Non è un caso che dai suoi romanzi più famosi, Il postino suona sempre due volte e La fiamma del peccato, furono ricavati film che per molti versi non sfiguravano rispetto ai libri originali: una certa tendenza al melodramma e al torbido, la tipizzazione dei caratteri propria della sua narrativa venivano sullo schermo asciugate e rese più incisive.
La falena (Isbn, pagg. 358, euro 19,90) è un libro del 1948, ed è per certi versi la sua opera più ambiziosa, tentativo di mettere insieme quell'atmosfera noir e di denuncia sociale che ne avevano contraddistinto l'esordio e poi la fama, con una più completa disanima del sogno americano tornato a risplendere dopo gli anni bui della Grande Crisi e lo choc della Seconda guerra mondiale. Era, se si vuole, un compendio del secolo americano, crescita-decadenza-rinascita, scritto da un romanziere la cui giovinezza non aveva mai coinciso con quella della nazione: troppo maturo per l'età del jazz e poi al tempo del New Deal, già vecchio per andare di nuovo sotto le armi. Proprio perché compendio, La falena contiene degli elementi tipici della sua narrativa, alcuni di forte matrice autobiografica, a cominciare dalla passione per il canto.
Cain era stato un buon cantante lirico dilettante e uno dei suoi racconti più famosi, ospitato nell'antologia Americana curata da Elio Vittorini, si intitolava, appunto, Il baritono. Qui la voce squillante e angelica è quella di Jack Dillon, di cui i giornali locali tessono le lodi. A 13 anni, la sua voce si incrina, il dramma di ogni pubertà, ma il ragazzino non si perde d'animo. È di buona famiglia, anche se sua madre ha abbandonato il tetto domestico e le sue veci le fanno due zie, lo attende il classico futuro di ogni esponente Wasp della sua generazione: la scuola, il rugby, l'università. E infatti Jack gioca, macina gli esami, ha una passione per la tecnica che una laurea di tipo scientifico potrà egregiamente soddisfare. La strada della fama e del successo, dunque, è solo interrotta, ma non preclusa, non fosse che quando arriva il crollo di Wall Street del 1929, Jack sta ancora giocando a pallone nei college, è cioè senza arte né parte, il denaro guadagnato come bambino prodigio, e amministrato dal padre, viene inghiottito dai fallimenti borsistici e in più Jack si accorge di essersi innamorato della ragazza sbagliata, che poi è anche troppo giovane, una bambina, perché la cosa possa funzionare. Non c'è più nemmeno il tempo per aspettare che cresca, la crisi incalza e nessuno può permettersi il lusso di fare progetti e illudersi che possa passare.
La crisi così travolge Jack e lo trasforma in uno di quei trampers, vagabondi, che in un'America depressa e impaurita vanno di Stato in Stato, con mezzi di fortuna, alla ricerca di lavori precari, un tetto precario, un'esistenza precaria. È questo il campo dove Cain è più a proprio agio, avendolo così tanto arato, e sono le pagine più felici del romanzo, la lenta discesa verso la degradazione fisica e morale, la delinquenza come ultima risorsa, una rapina finita male che interrompe la caduta e obbliga a un nuovo inizio.
Dopo tante peripezie, la fortuna sembra per Jack tornare sotto le vesti di un maturo amministratore di pozzi petroliferi e della sua calda e più giovane mogliettina. Nasce una storia fra i due, si sfiora la tragedia, un incendio doloso che rischia di trasformare i pozzi in un vulcano senza fine. Jack fa la sua parte, salva l'azienda, viene ricompensato in denaro come in amore. Non è sufficiente, perché il passato torna a bussare, il ricordo di quella bambina tanto amata, e Jack riparte. Poi scoppia la guerra e noi ci fermiamo qui, perché pur senza essere un giallo, La falena ha i suoi colpi di scena. Nell'insieme, il romanzo è di buon artigianato, con qualche lungaggine di troppo (la parte petrolifera) e una storia sentimentale un po' fragile. Soprattutto, Cain insegue qui il lieto fine, quasi a volersi riconciliare con un Paese di cui in altri anni aveva dipinto le passioni più perverse, i caratteri più criminali. Come il suo postino, suona insomma una seconda volta. Ma alla porta sbagliata.

Commenti

bruno monferrà

Lun, 03/03/2014 - 18:08

Ottimo articolo di critica letteraria. Ho imparato molto e sono stato invogliato ad acquistare il libro. Attento però: "tramper" non esiste in americano (in inglese UK può voler dire "autotreno"). Forse voleva dire "tramp(s)"... Complimenti comunque. Bruno, Padova.