Fame, guerre, Marx. Che noia il catalogo di Occupy Venezia

Un'edizione politica che vuole far sentire i "rumori del mondo" e "confrontarsi con la storia". Solo quella di ieri purtroppo...

"Lampedusa", opera di Vik Muniz. Sembra una barchetta, ma è legno

nostro inviato a Venezia

Appena entrati si è fermati da un muro alto quattro metri di valigie, borse e casse, Il muro del Pianto eretto nel 1993 da Fabio Mauri, monito al viaggio-simbolo del Novecento, Auschwitz, che non è ancora finito e mai finirà. Accanto, nella stessa sala, è appoggiata, incellophanata, una grande stampa che ritrae lo stesso Mauri con Pier Paolo Pasolini alle prese – in voce off – con l'interrogativo poetico-politico: «Che cosa è il fascismo?», anno di scarsa grazia 1971. Due sale più avanti, il nostalgico Runo Logomarsino, quarantaquattrenne scandinavo di genitori argentini discendenti di emigrati italiani: Seguendo la luce del sole inscena una dia-proiezione sulle grandi opere dell'Urss con l'inno sovietico come colonna sonora. E un passo più in là, si apre l'Arena, sul cui palco, - da oggi e per tutta la durata della 56ª Biennale - si alterneranno, quattro volte al giorno, attori italiani e stranieri che leggono dal vivo Il Capitale di Karl Marx. In versione integrale, e in inglese. «Almeno fosse stato in tedesco, l'avrei capito», scherzava l'altroieri sera, sulla terrazza di Palazzo Giustinian, il presidente in scadenza di mandato Paolo Baratta. Il quale ci aveva avvisato che la Biennale 2015 vive di due parti conseguenziali e distinte: ai Giardini un percorso più teorico-concettuale, all'Arsenale più intuitivo-emozionale. Il filo rosso che lega opere e artisti, c'è. E si vede ovunque, anche troppo: l'impegno dell'arte e l'arte impegnata.

Il curatore, il nigeriano-newyorkese Okwui Enwezor, era stato chiaro, e l'ha ripetuto ieri sui gradini d'ingresso del Padiglione centrale: «Ho chiesto agli artisti di portare qui qualcosa che avesse relazione col mondo di oggi: parole, linguaggi, significati diversi, ma che attivassero i nostri sensi sui “rumori” del mondo di oggi. Ho chiesto loro un possibile impegno».

E tra i mille rumori del mondo – che tra i padiglioni dei Giardini e dell'Arsenale si sintonizzano su temi-chiave come immigrazione, guerre, diritti civili, lotta sociale, terzomondismo – anche le parole vecchie (o nuove?) di centocinquant'anni di Karl Marx sono ridotte a sussurro, frammenti di discorso, lacerti di pensiero. Chiacchiericcio, in mezzo al frastuono del tempo. «La mia Biennale è politica? Lo è perché tratta del nostro rapporto con la Storia, perché si confronta con ciò che ci lacera», dice Enwezor, arrivato sulle ricche sponde dell'arte occidentale dall'Africa più disperata.

Intanto, ieri mattina l'artista brasiliano Vik Muniz ha calato nelle acque veneziane un'installazione galleggiante per manifestare l'impegno a favore dei rifugiati: una barchetta di legno ricoperta di carta di giornale della grandezza di un comune vaporetto. L'opera, che si intitola Lampedusa , vuole tenere alta l'attenzione sul dramma dei rifugiati nel Mediterraneo.

L'impressione è che la Biennale di Enwezor, molto avanti rispetto alla sua Nigeria, molto indietro rispetto al nostro Occidente, vuole tenere alta l'attenzione sulla (nostra) storia politica, la storia di intellettuali impegnati e di poeti armati, di idee e di ideologia. «Non ho messo Marx al centro e dei dilettanti attorno – spiega ai critici e ai giornalisti – ma ho scelto artisti che sono stati influenzati da Marx». Filosofo che, per inciso, ha anche confessato di conoscere poco.

L'arte è politica, e la politica arte. L'indiano Madhusudhanan espone 30 disegni a carboncino, caricature del sovietismo ( A Marx Archive , 2014). L'austriaco Peter Friedl mette sotto teca una infinita serie di ritagli di giornale, dall'Enola Gay a Nixon, dal Vietnam a Gian Giacomo Feltrinelli, dalle donne partigiane alla rivoluzione castrista, da Hannah Arendt ai desaparecidos ( Theory of Justice , 1992-2010). Il filmaker francese Chris Marker porta un cortometraggio ambientato in un'ambasciata anonima di un Paese anonimo dove dei rifugiati politici vivono le ore che seguono a un colpo di stato militare ( L'Ambassade , 1973). Jeremy Deller mette sotto vetro i volantini di protesta degli operai e in un juke boxe i rumori e le “voci” delle fabbriche inglesi. In mezzo alla sala sventola uno striscione di tessuto con la frase inviata come sms a un lavoratore a chiamata giornaliera per informarlo che il suo lavoro quel giorno non era richiesto: «Hello, today you have a day off». «Tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria», chiosano Marx ed Engels, riassumendo l'ansia della gente comune in un mondo in cui il valore delle risorse e della ricchezza è svanito così rapidamente...

«Ai Giardini c'è il materialismo storico, ma all'Arsenale c'è anche il Paradiso», ci aveva rassicurato Baratta al cocktail per la stampa. Ed è vero, all'Arsenale la mostra diventa più visionaria, colorata, contemporanea. Cambiano stili e linguaggi, ma temi e parole sono ancora quelli: Africa, fame, lavoro, lotta per la libertà, guerra. Ci sono lavori di denuncia sulla globalizzazione delle economie, foto sulle condizioni di vita nelle prigioni in Angola, film sui movimenti femministi, video sui disastri ambientali, sedie (elettriche?) costruite con armi saldate, progetti di finanziamenti di editoria militante, per finire con un'installazione composta dai vestiti indossati dai dimostranti anti-Putin issati su pali di legno dalla russa Gluklya... Prima di lasciarci, Ezwezor ha ripetuto: «Porto Marx alla Biennale perché parla di noi». Oggi. O ieri?