Feuchtwanger, la Gerusalemme ai tempi di Gesù

Scoperta stupenda. Mario Guaraldi, 72 anni, fondatore della casa editrice omonima, il guru della «controcultura» degli anni Settanta (pubblicava Ernesto Balducci e Eugenio Garin, Pierre Bourdieu e Georges Bataille, oltre a Reazionaria: antologia della cultura di destra in Italia a cura di Piero Meldini), insomma, uno che ha vissuto immerso tra i libri, giura di aver scoperto «casualmente, su una bancarella di Bologna», «un vero capolavoro». Il libro s'intitola La fine di Gerusalemme, lo ha scritto l'ebreo tedesco Lion Feuchtwanger (1884-1954), lo ha trascinato in Italia, nel 1933, l'editore Mondadori, inserendolo nella collana Medusa, nella traduzione di Ervinio Pocar. Il libro crea uno shock nel cuore dell'editore, il quale, dall'oggi al domani, forgia una nuova collana editoriale, I Nazirei, dalla grafica elegantissima, che emula volutamente la Medusa. L'intento dell'impresa è «riaprire il discorso sul romanzo moderno capace di trattare contenuti forti, storici, politici e persino religiosi o teologici».
Veniamo al libro. Compilata in dieci anni, Guaraldi pubblica come La distruzione del Tempio (pagg. 274, euro 14,90) una parte della trilogia che Lion Feuchtwanger dedica a Giuseppe Flavio (37-100), ebreo romanizzato, autore di opere storiche di estrema bellezza, La guerra giudaica e le Antichità giudaiche. Dove sta il sale? Che nelle Antichità giudaiche è riposto il cosiddetto Testimonium Flavianum, cioè uno dei primi e dei rari documenti storici che testimoniano la reale esistenza di Gesù, «uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo». Nella prima parte si racconta la distruzione del Tempio a opera di Tito. Sono pagine di pura, bellissima azione, pare un film di Ridley Scott, che non lesina efferatezze, con scene portentose. La seconda parte è invece una indagine condotta da Giuseppe Flavio per capire chi sono i «minei», i Giudei convertiti al cristianesimo, che «cercano Dio col cuore ingenuo e per la via diritta». Qui vien fuori la carta d'identità di Feuchtwanger, antisionista convinto («Iahve non è patrimonio di Israele, ma il Dio di tutto il mondo, che unisce in una trinità il pensiero dei giudei, dei cristiani e dei greci»), che dava fastidio a tutti. Nel 1933 Hitler mandò al rogo i suoi romanzi, riparato negli Stati Uniti fu accusato di filostalinismo. Nel mezzo: diede avvio alla carriera di Bertolt Brecht (a cui fu legato da fortissima amicizia) e visse negli agi grazie ai proventi ottenuti dalle varie riduzioni cinematografiche dei suoi romanzi.