Filippo D'Angelo insegue Cyrano de Bergerac Raccontando una Genova post moderna (e alcolica)

Alla maggior parte delle persone il nome di Cyrano de Bergerac evoca il duellista sentimentale portato sulla scena da Rostand, col suo nasone commovente e le poesie scritte per conto terzi, declamabili al chiaro di luna. In realtà il vero Cyrano, nato nel 1619 e morto giovane per la caduta di una trave, era la classica cattiva compagnia, e non perché avesse il vizio del gioco e delle donne. Ateo e materialista, simbolo vivente del movimento libertino, Cyrano aveva rispolverato il genere dei viaggi siderali di Luciano scrivendo L'altro mondo, prima utopia eversiva di lingua francese. Nell'opera si immagina un allunaggio e il successivo incontro con la felice comunità dei Seleniti. Sulla Luna tutto è, rispetto alla Terra, al contrario, e quindi finalmente «in ordine». Nell'avvincente romanzo d'esordio di Filippo D'Angelo, La fine dell'altro mondo (minimumfax, 329 pagg., 15 euro), il protagonista Ludovico è un giovane studioso di letteratura francese. Messo in allarme da alcune incongruenze, Ludovico è convinto che le pagine finali del sulfureo capolavoro di Cyrano siano state espunte dallo zelo moralistico dei librai, preoccupati dalla loro «pericolosità sociale». Ma non è solo la smania filologica e il desiderio di successo accademico che legano Ludovico a L'altro mondo. È anche quel caprone che gli avi di Cyrano, fingendo una nobiltà che non possedevano, avevano dipinto su uno stemma inventato. Il caprone, cioè il sesso più diabolico usato come spaventapasseri contro il nulla.
Nato in una famiglia appartenente alla Genova “bene” (madre fedifraga, padre assente e sorella incestuosa con tendenze irrefrenabili allo zapping sessuale), Ludovico vive passando dalla noia all'ebbrezza erotica al sonno profondo degli intossicati. In senso stretto, anche lui è un libertino. Trasformata in una labirintica corte dei miracoli, sordida e perennemente eccitata, Genova è l'orizzonte fisico nel quale i personaggi sguazzano come i pesci del celebre acquario cittadino, dove si agitano piccoli squali. L'alcool di Sotto il vulcano, la deriva esistenziale dei “falliti” di Céline e il vuoto celestiale di Kerouac delineano la costellazione che sovrasta un rutilante paesaggio di rovine, in altre parole ciò che rimane della cultura europea. Solo gli ingenui si stupiranno del connubio fra ubriachezza e ricerca accademica: se c'è una categoria sempre a rischio di autodistruggersi è proprio quella degli “umanisti” (basti pensare all'alcolismo di Bataille). Gli amici di Ludovico possono impasticcarsi di antidolorifici o annichilirsi con i superalcolici, e il mattino dopo tradurre brani di Essere e tempo di Heidegger in dialetto genovese, per vedere l'effetto che fa. Sono umanisti senza uomo: «Pensò alla parola uomo ed ebbe l'impressione di non averla mai udita». Ma l'uomo, anche se non esiste più, non può vivere senza uno scopo e Ludovico non rappresenta un'eccezione: cercherà le pagine mancanti del volume di Cyrano, nella speranza che esse contengano una «risposta». Per scovare in qualche biblioteca una copia integra de L'altro mondo si recherà dunque a Parigi e poi in una Russia appena sottrattasi al giogo comunista (il romanzo è ambientato nel 2001), per tornare infine a casa nei giorni del G8. Lì, l'atroce corto circuito della Diaz («una scuola trasformata in mattatoio»!) gli darà la certezza che l'Occidente è giunto al capolinea: «Con la luce del mezzoggiorno spiaccicata sul volto, si sorprese a provare un desiderio sfrenato di neutro, uno stato di tensione indifferenziata, la contradizione stessa assurta a pacifica ed enarmonica condotta di vita. Quindi si sforzò di non pensare più a nulla». Ed è questa, per l'appunto, la fine dell'altro mondo: la cancellazione dell'utopia segna il passaggio dalla politica dell'esistenza alla sua pura e semplice amministrazione. Chi si era illuso che il governo Monti fosse solo una traveggola dello Spirito, limitata ai palazzi del potere, può iniziare a ricredersi.