Fino a che autismo non vi separi

Gianluca Nicoletti spiega, senza retorica e con un po' di sano cinismo, gioie e dolori procurati da un ragazzo speciale

L'inizio è la fine. Forse perché è cosa naturale per gli umani sperare che il finale nasconda un «dopo». E il personaggio principale, Luca Lazzarini, è soprannominato Lazzaro perché tutti vorremmo che qualcuno ad un certo punto ci dicesse: «Alzati e cammina». E così dunque dopo un lapidario «L'inutile vita di Luca Lazzarini... si arrestò alle quattordici e trenta del giorno otto febbraio duemilaotto» il primo e unico romanzo di Stefano Baldi prende tutta un'altra strada. Sì «Sia fatta la tua volontà» racconta come una malattia mortale, un tumore ai polmoni, possa cambiare una vita anonima e anodina e renderla speciale. Innescare quella ricerca di senso della quale, presi dal tran tran di tutti i giorni, ci dimentichiamo. «Il guaio è che le persone... vivono con una strana illusione. Quella di essere semirette. Un punto d'inizio, la nascita, e una direzione: l'infinito». E solo dopo scoprono di essere segmenti. Ecco allora che questo romanzo, pubblicato da Newton Compton (pagg. 328, euro 16) si è rivelato capace di affascinare il pubblico e veleggiare da subito nella parte alta delle classifica di vendita italiane (secondo «Ibuk» è sesto). La narrazione infatti è densa, «vera». E in questo suo essere vera è anche almeno in parte biografica. L'autore Stefano Baldi è morto di tumore il 10 gennaio 2009, a 34 anni. Ha finito di scrivere «Sia fatta la tua volontà» pochi giorni prima di morire.

Non soffermatevi sul titolo piagnucoloso (il diretto interessato è abituato a parlar franco, ci scuserà). Lasciate stare anche la seconda di copertina che come sempre anticipa il contenuto del libro. E sorvolate anche, in terza di copertina, sulla molecola di biografia dell'autore, che lo conosciate o no. Concentratevi, invece, sulla stupenda foto in bianco e nero della quarta. A destra c'è un signore grigio di capelli, di barba e di sopracciglia. Dietro il suo orecchio sinistro, una grande mano che potrebbe carezzarlo o strangolarlo. Gli occhi del signore sono affisi in quelli del possessore della mano: un ragazzone dai cespugliosi riccioli neri. I due nasi e le due bocche sono vicini e disegnano diagonali che non sarebbe fuori luogo definire michelangiolesche. Il collo taurino del giovane è liscio come quello di un bambolotto, su quello rugoso del signore si muove (sì, pare di vederlo muoversi) il pomo d'Adamo, azionato dalla commozione.
Ma qualcosa in questo quadro non va: gli occhi del ragazzone ignorano quelli del signore, guardano altrove. Sono gli occhi di un autistico. Prima di leggere Una notte ho sognato che parlavi (Mondadori, pagg. 177, euro 16,50) mettetevi davanti a quella foto per qualche minuto e lasciate andare la testa. Ovunque vi porterà, sarà il posto giusto. Il signore è Gianluca Nicoletti, quasi 59 anni, almeno la metà dei quali spesi nell'affabulazione radiofonica, televisiva e poi internettiana. Ma gli ultimi quattordici, di anni, se li è presi, con un'accelerazione da centometrista negli ultimi due o tre, il ragazzone.

Negli ultimi tempi, l'espediente narrativo del genitore che scrive del figlio malato sta tornando in auge. È come se la dolce malattia dello scrivere, quella febbriciattola creativa che intorpidisce il corpo ma affina la mente, volesse riscattare altre malattie, incommensurabilmente più gravi. Fulvio Ervas ha raccontato di un suo amico, Franco, che ha preso per la gola l'autismo del figlio Andrea e l'ha messo al tappeto, riempiendolo di botte di vita. I viaggi avventurosi negli Stati Uniti e in Guatemala, quella specie di terapia dell'on the road, pare abbia funzionato, come leggiamo in Se ti abbraccio non aver paura (Andrea abbraccia tutti con un impeto poco normale, per questo se ne va in giro con una maglietta con sopra scritto il messaggio rassicurante). Massimo Gramellini, in Fai bei sogni, ha invece scelto il registro introspettivo per mostrarci se stesso in qualità di un figlio che, azzerato dalla morte della mamma, per decenni si è portato sulle spalle il peso di un disagio psichico clinicamente indecifrabile ma esistenzialmente letale. Màrius Serra, in Quieto, ha descritto giorno dopo giorno gli effetti di un mostro che si è preso suo figlio, una grave encefalopatia che determina l'85 per cento di invalidità. Antonio Socci, dopo Caterina. Diario di un padre nella tempesta, in Lettera a mia figlia torna sul dramma della sua ragazza, finita in coma per un arresto cardiaco nel 2009.
Qui, invece, nel memoriale di Nicoletti, sono bandite sia la letteratura vagamente curativa sia lo stream of consciousness in funzione di mantra, sia la laicità arrabbiata sia la religiosità pacificata. È semplicemente la storia di un apprendistato, perché fare il padre di un autistico significa esercitare una professione. Con tutti i rischi del mestiere. Non è piacevole vedersi arrivare addosso una montagna di ottanta chili incazzata dura per via di un gesto fuori luogo o di un tono di voce troppo acuto. Non è socialmente conveniente invitare amici a cena se poi tuo figlio si mette in mezzo al salotto, tira fuori il pisello e procede da amanuense. Non aiuta a uscire dall'universo concentrazionario della simbiosi papà-Tommy la miopia sentimentale della gente, per strada, sull'autobus, in aereo. Prendersi cura di un autistico significa molto semplicemente diventare un autistico di risulta, significa verificare l'insussistenza della libertà («Il nostro concetto di libertà è stantio come la fede di una beghina»), sia essa quella dei normali o quella dei non normali.

«Tommy è sempre oltre la linea gialla che ossessivamente cartelli e annunci ci ricordano di non oltrepassare, pena la fine della vita. Tommy per tutto il suo tempo non fa che ondeggiare tra la vertigine del binario vuoto e la folata di vento risucchiante del convoglio che passa a folle velocità. Noi siamo stati educati a rispettare le linee gialle e, quando le oltrepassiamo, lo facciamo con la consapevolezza di disprezzare delle regole basilari a cui siamo imbullonati sin dal concepimento». Piano piano si fa strada poi nella testa del padre una domanda da cento milioni di dollari: non è che per caso gliel'ho passato io, l'autismo a Tommy? «Forse l'autismo di Tommy è l'evoluzione del mio ragionare strambo».

Evoluzione? L'autismo come evoluzione? Del resto a Tommy manca la parola ma non il linguaggio del corpo, un suo abbraccio vale settimane e mesi di discorsi. E poi sulla carta d'identità, alla voce «stato civile» ha scritto «stato libero». Libero di amare a modo suo.