Da Firenze a Bologna Così Giotto ha vinto il giro artistico d'Italia

Quattordici opere, con alcune rarità, illustrano la incredibile avventura (anche imprenditoriale) del pittore figlio di un fabbro ferraio

Non poteva mancare Giotto a concludere il programma artistico di Expo 2015. Giotto è il simbolo dell'Italia, l'artista che «rimutò l'arte di greco in latino, e ridusse al moderno» secondo le parole profetiche di Cennino Cennini nel 1390 nel suo Libro dell'arte. L'inventore di un nuovo linguaggio «dal naturale», volgare e italiano, dopo il bizantinismo di secoli. Proprio come Dante lo è stato in letteratura: uno crea una lingua, l'altro una nuova arte. Giotto, l'Italia si intitola la mostra aperta da domani a Palazzo Reale di Milano (sino al 10 gennaio 2016, catalogo Electa) a cura di Serena Romano e Pietro Petraroia, promossa dal MIBACT/Comune di Milano-Cultura, prodotta da Palazzo Reale ed Electa.

Un titolo che punta sull'attività italiana di Giotto, in diverse città, l'unica del resto che conosciamo, perché la tappa di Avignone è solo ipotizzabile. Firenze, Roma, Assisi, Padova, Napoli, Milano, sono le città in cui Giotto lavora con un cantiere che lo segue dappertutto. Un artista moderno che qualche volta firma le opere e spesso le delega alla bottega. Un uomo con una numerosa famiglia (otto figli, sembra), indaffarato, che compra terre a Vespignano nel Mugello, dove nasce nel 1267, e assurge a tutti gli onori, lavorando per ordini religiosi, papi, re. Sino ad essere nominato il 12 aprile 1334 capomastro dell'opera di Santa Reparata (Santa Maria del Fiore) a Firenze e soprintendente alle opere del comune. Nessuno era più bravo di lui, si diceva. Un pittore che il re di Napoli Roberto d'Angiò non voleva lasciare ripartire, strapagandolo.

E i legami con Milano non mancano perché tra il 1335 e il 1336, due anni prima della morte che avverrà a Firenze l'8 gennaio 1337, il pittore lavora per Azzone Visconti ad affreschi (perduti) nel palazzo visconteo, le cui antiche strutture sono inglobate in Palazzo Reale. Lascerà una serie di seguaci le cui tracce si trovano a Milano e territorio, come ha raccontato la recente mostra Arte lombarda. Dai Visconti agli Sforza .

La rassegna attuale presenta quattordici opere tutte di Giotto. Ed è un record, spiega Serena Romano. «Opere mai viste fuori della loro sede e prestiti eccezionali, come il Polittico Stefaneschi della Pinacoteca Vaticana, giunto insieme ad un lacerto di affresco con Due teste di apostoli e santi, reliquia di un ciclo giottesco nella basilica di San Pietro. La possibilità di vedere il Polittico Stefaneschi, destinato all'altare maggiore di San Pietro in Vaticano, accanto al fiorentino Polittico di Santa Reparata, entrambi bifronti, è un'occasione unica, un vero e proprio scoop».

La mostra procede per nuclei cronologici seguendo l'attività del pittore nei diversi luoghi. «Un grande aiuto sono stati gli studi documentari di Michael Viktor Schwarz e Pia Theis dal 2004, che hanno permesso di avvalersi di notizie inedite, spesso trascurate» prosegue la curatrice. Nel sobrio allestimento di Mario Bellini, che ha cercato di ricreare il clima di chiese e cappelle con un colore «grigio penombra» e materiale sobrio come il ferro («Giotto è nato povero e il padre Bondone era un fabbro ferraio» dice) spiccano in 9 sale straordinari fondi oro e cinque affreschi staccati.

All'inizio le opere della giovinezza da Firenze a Padova (nel mezzo ci sono gli affreschi di Assisi, da visitare in loco): la Madonna col Bambino di Borgo San Lorenzo, ancora legata a Cimabue, quella in trono con angeli di San Giorgio alla Costa, ricordata nei Commentari di Lorenzo Ghiberti e influenzata dalla scultura di Arnolfo di Cambio, il Polittico di Badia con solide e ampie figure nei cinque scomparti, frammenti di affreschi della stessa chiesa di Badia, giunti da Firenze, e un Dio Padre su tavola già nella cappella degli Scrovegni a Padova.

La seconda tappa comprende il Polittico di Santa Reparata (recto e verso) databile intorno al 1310 e quello Stefaneschi (recto e verso) con il frammento di affresco con Due teste di apostoli e santi del decennio successivo «che dovrebbero far pensare al cantiere vaticano piuttosto sottovalutato e ai lavori nella chiesa inferiore di Assisi» continua la curatrice. Con un po' di immaginazione e una visita ad Assisi forse ci si riesce.

La terza sosta è quella delle opere tarde, tra Santa Croce a Firenze e Bologna, quando il pittore è all'apice della carriera. Testimoniata dal Polittico Baroncelli con l'Incoronazione della Vergine, firmato, smagliante d'oro, ricordato da Vasari e Ghiberti e destinato alla cappella Baroncelli in Santa Croce a Firenze. Riunito alla sua cuspide con Dio Padre e angeli prestato dal Museo di San Diego in California, brilla accanto al Polittico di Bologna, firmato «Opus Magistri Jocti de Florentia».