"Firmo dunque sono". Le poesie del Pessoa che confessa se stesso

Raccolti i versi che portano il suo vero nome. E da cui emerge la personalità del portoghese

Ci sono poeti che vedono al di là del proprio tempo, da cui spesso non sono capiti: i problemi che pongono sono individuabili soltanto decenni dopo o in altri secoli. È il caso di Fernando Pessoa, del quale Adelphi propone le poesie dell'ortonimo, ovvero di lui stesso (Poesie di Fernando Pessoa, a cura di A. Tabucchi e M.J. De Lancastre, pagg. 350, euro 20). Il problema, lo si evince dal titolo, è quello dell'identità. Lo scrittore firma con il proprio nome alcune composizioni, e preferisce attribuire la paternità di altre ai suoi «eteronomi», o alter ego, tra i quali spicca Alberto Caeiro, il più interessante, la sua guida spirituale.

Chiedersi se siano più vere o più sue le poesie ortonime significa non aver colto la questione, che diede un senso all'esistenza di Pessoa, questo «uomo senza qualità» che, come quello di Musil, ne aveva invece troppe, stridenti con la mentalità e le consuetudini dell'epoca. Il ricorso ai suoi personaggi «immaginari» gli permette di scivolare da un piano di realtà a un altro, di trascendere il convenzionale per approdare al supremo, come avrebbero detto i maestri buddhisti, con cui fu in sintonia. Sospesa l'illusione che Pessoa sia più se stesso quando firma, che è il caso delle poesie raccolte in questo volume, ne emergono i tratti di una lacerazione, di una ricerca del non luogo, un non io, che può esistere unicamente da solo, nell'età dove la personalità è fittizia. «Ho sentito parlare del Mar Morto/ e quel nome/ mi ha attirato», canta il poeta, evocando un sentire che è il suo modo di approcciarsi al reale, o meglio a uno dei suoi tanti livelli.

Con Pessoa ci chiediamo spesso, come il filosofo taoista Zhuangzi, se siamo noi ad aver sognato la farfalla o se è la farfalla che, mentre scriviamo, viviamo e pensiamo, lo stia facendo per noi. Ma in quale altro modo potrebbe esprimersi il poeta dell'io frammentato, logoro, che non trova il proprio posto nel mondo, se non nel grigiore, nell'opacità di una vita chiusa in sé, che non rinvia a un senso ultimo, impenetrabile, difficile da cogliere? Il trascendente è forse già qui? Il poeta non aggiunge, né toglierebbe nulla alle sue giornate, alla vita, non vuole saper niente della bellezza, la privazione totale, completa, è conscio di «non esser stato niente per il mondo». In questa dimensione creativa il tempo scorre nella futilità divina di ciò che Antonioni avrebbe definito i «tempi morti», laddove lo sbadiglio svela il significato palese della vita, un nonsense avvinghiante.

Una inutilità che non paralizza, né deprime, ma permette di penetrare nel fondo delle cose, per nulla svilita dal sentirsi sempre altri, uno, nessuno e centomila, come in Pirandello: «Il mistero per me ha il sapore che io sia un altro». La confessione di Pessoa, il suo sentirsi sballottato tra due estremi: il dio che ognuno di noi, l'essere umano, avverte in sé in tanti istanti del suo tempo, e lo stesso miscredente di quel dio, che osa bestemmiarlo, in tanti altri, la maggioranza degli attimi.

Eh già: questo borghese piccolo piccolo, nella vita comune, osa talvolta guardarsi senza pensare, perfino rinunciando al pensiero, e così si concede a quel sentimento di saudade così diffuso nel mondo latino, lo stesso che infiammerà più tardi le composizioni di Jobim; si ha un bel dire a tradurlo «nostalgia», non c'è parola che lo renda: un guardare al passato mentre il tempo si ferma, è già trascorso; come dirne, senza contraddizioni? «Vivi il momento con nostalgia/ già nel viverlo \ Tutto è uguale... Ecco il momento... Essere quel momento... Perché mai pensare?» (Dei versi qualsiasi, 11.10.1914). Borges non capì Pessoa, che gli era troppo affine, forse per paura. Questa raccolta ci permetterà di vedere meglio lo stretto rapporto tra Pessoa e i suoi eteronimi, che non c'è distinzione tra lui e loro, e che solo per pudore, alla Kierkegaard, egli non firma le loro poesie, filosofiche quanto mai, come le sue, un'altra presa di distanza dal suo tempo. Ma forse è vero: noi siamo lettere che nella tenebra gli spiriti si scambiano...