Da Fiuggi parte la rivoluzione dell'arte

Vittorio Sgarbi ha riunito pittori e scultori per risollevare la creatività italiana in affanno. Ma non è facile

«Ma perché queste iniziative non le fai a Ferrara?» chiedo. «Io vado dove mi chiamano» risponde un Vittorio Sgarbi il cui insolito realismo dura poco, fino a quando mi dice che accettando di parlare al suo convegno «Lo stato dell'arte, oggi», organizzato a Fiuggi, parteciperò a una non meglio precisata rivoluzione. A me le rivoluzioni fanno paura ma dopo aver letto la lista dei partecipanti (pittori e scultori solitamente mansueti) ho capito che al convegno non sparerà nessuno, e allora vado in stazione e prendo il primo treno per la Ciociaria.

Arrivare a Fiuggi, per chi non è automunito, è impresa non facile. Il trenino per Roma l'hanno soppresso nel 1978 e quindi all'apogeo del potere di Andreotti che da queste parti era la massima divinità politica. Possibile che l'allora presidente del consiglio abbia consentito la mutilazione ferroviaria del proprio collegio elettorale? Questi democristiani illustri dovevano avere la vista parecchio corta se oggi al posto della pittoresca stazioncina, potenziale richiamo turistico (vedi la ferrovia elvetica del Bernina), c'è un brutto parcheggio. Per non viaggiare in corriera salgo a Termini sulla tradotta Roma-Cassino e scendo allo scalo di Anagni dove Ilaria mi attende in macchina per consentirmi il balzo finale. Mi trovo infine su un verde cocuzzolo, davanti a una sorta di castello delle fiabe, un grand hotel che sembra appena catapultato dalla Belle époque, insomma il Palazzo della Fonte. La rivoluzione in vagone letto, così venne definita la marcia su Roma siccome il Duce viaggiò verso la Capitale comodamente in prima classe. Può darsi pertanto che si possa fare la rivoluzione in cinque stelle lusso, chi può dirlo. Alle nove ci trasferiamo alle fonti di Bonifacio VIII che a dispetto del nome papalino è in curiosissimo stile marziano. Iniziamo a concionare di arte contemporanea davanti a un pubblico termale: età media non troppo contemporanea, quindi. La scena è la seguente: Sgarbi al centro, io alla sua destra, e intorno un rosario di pittori e scultori sia giovani sia vecchi, sia bravi sia non bravi, tutti partecipanti alla mostra che è alla base del convegno e che si intitola «L'acqua la luce la pietra».

Dopo l'introduzione del sempre insuperabile, nell'arte oratoria, Vittorio nostro, prende la parola un antico pittore napoletano che del presente, non ottimale, stato dell'arte italiana prendendola piuttosto alla lontana dà la colpa a Nietzsche. Qualcun altro tira in ballo Sartre e perfino Todorov, la mia capacità di attenzione mi abbandona e comincio a sbadigliare insieme al gentile pubblico che chiaramente è voglioso di risse sgarbiane, non di prolusioni accademiche. Per ravvivare la situazione interviene Andrea Martinelli, eccellente pittore ed eccellente rompiscatole che di punto in bianco si mette ad attaccare Sgarbi sulla Biennale del 2011. In arte due anni sono tanti, nel frattempo di biennali ne hanno organizzata un'altra (decisamente peggiore) e quindi l'intervento suona fuori tempo e fuori tema: si doveva parlare dello stato dell'arte di oggi, non di ieri. Ma gli spettatori gradiscono, sentono odore di scontro e fremono: adesso Sgarbi prenderà il malcapitato a male parole e finalmente ci si divertirà. Invece Vittorio col passare degli anni, lo dice lui stesso, è diventato più tollerante ed ecumenico (ma non doveva fare la rivoluzione che è quanto di più settario e intollerante esista?), quindi risponde alle obiezioni di Martinelli pacatamente e la cosa finisce senza spargimento di sangue. Con mio sollievo, che trovandomi a sedere esattamente fra i due temevo per la mia incolumità fisica, ed evidente dispiacere del pubblico.

A questo punto, siccome si sta parlando di tutto meno che dell'argomento dell'incontro, devo intervenire io per dire che, in estrema sintesi, siamo messi così: 1) erano decenni che in Italia non si vedevano così tanti bravi pittori; 2) erano decenni che in Italia non si vedevano così pochi collezionisti e questa rarefazione significa per molti dei succitati bravi pittori la morte per inedia e, in assenza di musei di arte contemporanea, anche per mancanza di visibilità.
L'unica possibile soluzione è che lo Stato la pianti di occuparsi di arte contemporanea: si preoccupi di salvare Pompei e Venezia, se è capace, e lasci libero il mercato della pittura vivente smettendo di occuparsene con modalità persecutorie che terrorizzano i collezionisti attraverso il redditometro, la guardia di finanza, l'agenzia delle entrate e l'Iva al 21% (nella vicina Svizzera è all'8, per dire). Qualche applauso e poi si torna a Nietzsche e a Sartre ed è ormai chiaro che la rivoluzione non si farà nemmeno stavolta, nemmeno nella forma necessaria di una controrivoluzione umanistica che metta nell'angolo l'arte nichilista imperante.

Poi, tornando in albergo in macchina, la radio avvisa che al Maxxi hanno appena nominato un direttore cinese. Prima i bar, i ristoranti, gli empori di abbigliamento vicino alle stazioni: adesso anche i musei pubblici! Mentre Sgarbi a Fiuggi cercava di fare la rivoluzione, Giovanna Melandri, che del Maxxi è presidentessa, a Roma realizzava la consueta distruzione di identità italiana.