La folle corsa per l'Expo che trasformò Chicago nella metropoli dei sogni

Nel 1893 sembrava una pazzia poter eguagliare Parigi con la sua Tour Eiffel. Ma grandi architetti e tanto coraggio fecero vincere la sfida impossibile

«Signori» disse Daniel Hudson Burnham al termine del gala in onore dei colleghi architetti che si apprestavano a compiere l'impresa «il 1893 sarà una data storica per la nostra nazione. Contribuire a rendere memorabile questo evento significa servire la patria». E il Chicago Tribune nella cronaca della serata scrisse che «gli uomini uscirono dalla banquet hall con lo sguardo dei volontari che partono per il fronte». Un linguaggio solenne, secondo quella retorica che ha sempre scandito, come in una liturgia civile, i grandi momenti del Paese. Perché l'esposizione universale di Chicago del 1893 fu in effetti, come aveva annunciato il presidente Benjamin Harrison, «il più importante evento nazionale dopo la Guerra Civile»; l'atto con cui gli Stati Uniti diventarono protagonisti della modernità fino a porre il loro sigillo sul secolo successivo.

Non solo, poiché allora il successo di un Expo aveva quasi gli effetti collaterali di una guerra vinta, Chicago, puntando tutto su quella che stava diventando la sua espressione identitaria, cioè l'architettura verticale, riuscì ad affermare una nuova estetica che avrebbe caratterizzato il volto della giovane e ambiziosa potenza. Eppure fu un azzardo, una forsennata corsa contro il tempo - molto simile a quel che sta accadendo a Milano - un'avventura che poteva rivelarsi un bluff e cambiare le sorti del Paese e dell'Occidente. La prima vittoria fu quella, ovvio, di aver battuto la candidatura di New York. Le migliaia di persone che s'assieparono davanti alla Postal Telegraph Company ad attendere la notizia dell'assegnazione della fiera universale da parte del Congresso erano lì soprattutto perché in ballo c'era la sfida contro la sussiegosa capitale della costa orientale. Chicago aveva appena superato il milione di abitanti, seconda città d'America dopo New York. Philadelphia, scavalcata nel censimento del 1890, accusò Chicago d'aver barato inglobando all'ultimo momento utile nuove municipalità - e la fama di città politicamente spregiudicata non se l'è più tolta. Nella corsa c'era in ballo il Chicago Spirit, una forza tangibile d'orgoglio nato dall'impeto con cui la popolazione aveva ricostruito la città dopo il grande incendio del 1871 - 18 mila case distrutte, 150 mila persone senza un tetto. Non avevano solo riparato i danni ma avevano trasformato una disgrazia nell'opportunità di far diventare Chicago in vent'anni il centro del commercio, della grande industria e dell'architettura. E la rabbia era che questo non aveva scalfito il pregiudizio della sofisticata rivale, secondo cui questi rozzi metropolitani della prateria preferivano le salsicce a Beethoven.

Anche perché Chicago era diventata sì più grande, più alta e più ricca, ma anche più sporca e più violenta. Nei quartieri poveri della East side la spazzatura s'accumulava a montagne, dilagavano la difterite, il tifo e colera. La morte era in agguato in ogni angolo, la gente spariva, le donne soprattutto: centinaia giovani donne sole scendevano dai treni ogni giorno, stenografe, cameriere, prostitute venivano inghiottite nella pancia della metropoli; i dispersi erano così numerosi che la polizia - se non si trattava di cognomi importanti - rinunciava a cercarli. Ecco: la fiera - se fosse riuscita nell'impresa di superare la precedente di Parigi, un successo immenso come la torre Eiffel che la simboleggiava - avrebbe disperso quei pregiudizi per sempre.

Anche Rudyard Kipling aveva ammonito il suo amico Frederick Law Olmsted - il più grande architetto paesaggista, quello di Central Park - che s'apprestava a entrare nella sala macchine della Fiera: «L'ho visitata di recente quella città. Ha certo carattere e dispensa talenti d'ogni foggia, non lo nego. Ma bada che è abitata da selvaggi». Olmsted dopo aver inizialmente declinato l'invito perché gli pareva un'impresa «folle e incosciente» visti i tempi stretti (ventisei mesi appena) che mancavano all'inaugurazione, poi accettò pur di non essere escluso dalla squadra che vedeva tutti i grossi calibri del Paese impegnati a costruire insieme addirittura una città, la White City: George B. Post, Richard H. Hunt e poi Charles McKim, Robert Peaboy, Henry Van Brunt... avevano tutti studiato all'Ecole des Beaux Arts a Parigi, tutti viaggiato a Firenze, Roma, Siracusa, Atene.

La commissione per l'Expo decise di assegnare a ciascuno 10 mila dollari, pari a circa 300 mila dollari attuali: erano tenuti solo a presentare il progetto e a un paio di trasferte a Chicago. La supervisione dei lavori veniva eseguita dallo studio di Daniel Burnham e il suo socio John Root, cui la Exposition Company, la società composta da grandi uomini d'affari e dalle maggiori figure istituzionali di Chicago aveva affidato la direzione artistica e soprattutto la gestione del budget, sfilandola, non si sa come, alla commissione federale. Burnham e Root, che non gradivano regalare gloria ad altri studi cittadini, furono però costretti ad accettare la partecipazione dell'architetto in quel periodo più in voga, il giovanissimo Louis Sullivan - assistito da un ancor più giovane Frank Lloyd Wright - detto il “profeta” perché sosteneva che la forma doveva seguire la funzionalità.

Fu Olmsted a scegliere la sede della White City, quasi a volersi fare del male: Jackson Park era l'area più inospitale e malsana sul lago Michigan, la messa in sicurezza del terreno tolse tempo prezioso alla costruzione dei padiglioni. Un pomeriggio, forse il momento che fissa l'importanza storica dell'Expo di Chicago, all'ultimo piano del Montauk building uno dopo l'altro gli architetti srotolarono e illustrarono i loro progetti. Augustus St. Gaudens, lo scultore più celebrato d'America, a un certo punto disse con la voce tremante: «Signori, vi rendete conto che dal Rinascimento non si è mai vista una simile concentrazione di grandi artisti?». La White City fu un successo, Burnham e soci vinsero la corsa contro il tempo. In sei mesi i botteghini registrarono 27.5 milioni di visitatori, quando gli Stati Uniti contavano 65 milioni di abitanti. L'acido Sullivan disse che il vero richiamo dell'Expo non fu tanto l'architettura degli oltre duecento padiglioni neoclassici, quanto il Wild West Show di Buffalo Bill, reduce dal mitico tour europeo, ospitato all'esterno della White City: ventimila posti occupati ogni sera. Mancavano ancora due mesi alla chiusura della Fiera quando un giovane scrittore, Theodore Dreiser scrisse sul suo diario: «Cosa potremmo mai fare quando questo Paese delle Meraviglie chiuderà i battenti? Tutto ci sembrerà improvvisamente piccolo e insignificante».

* autore del testo teatrale

White City