Football, rugby, tennis, sci Che atleti questi scrittori...

Scrivere è uno sport che si pratica in solitudine. Tipo la maratona: ci sono gli altri concorrenti e il percorso che non finisce mai, ma soprattutto ci sei tu e la tua fatica, fisica e mentale. O tipo il salto in alto: c'è l'asticella, cioè l'obiettivo da raggiungere e superare, ma soprattutto ci sei tu e la tua spinta, fisica e mentale. O ancora tipo il sollevamento pesi: c'è il bilanciere con alle estremità quei maledetti dischi, ma soprattutto ci sei tu con il tuo fiato trattenuto nello spasimo dello sforzo e tutti i tuoi muscoli in tensione. E di nuovo la tua personalissima sfida, fisica e mentale. Con (e contro) la carta e la penna, con (e contro) i tasti della macchina per scrivere, con (e contro) la tastiera del computer, è come se le frasi, i paragrafi, i capitoli, i romanzi si trasformassero in chilometri, centimetri, grammi.
Anche scrivere è un'Olimpiade in cui nessuno ti vede ma tutti ti guardano. Prima i tuoi occhi seguono, con partecipazione e preoccupazione, il tracciato del foglio o dello schermo, poi gli occhi di un mondo di lettori assisterà alla registrazione della tua gara. La medaglia è un optional, ma l'importante non è partecipare... Ecco perché gli scrittori più competitivi, quelli meglio forniti di animus pugnandi, quelli che non temono il confronto con il record o gli avversari, sono anche quelli versati, per diletto, per passione o per rabbia, in qualche disciplina. Nel calcio, a esempio, Pier Paolo Pasolini, cresciuto nel mito del Bologna «che tremare il mondo fa», è un buon centrocampista, sa dosare ordine e fantasia; nel golf, John Updike sa quando è il momento di approcciare la buca blandendola di lontano, e quando invece è il momento di aggredirla, dandole il colpo di grazia, mettendola nel carniere per proseguire la caccia; nel tennis, David Foster Wallace sa essere all'occorrenza pallettaro da fondo campo e giocatore di rete; nello sci, Arthur Conan Doyle è specialista sia nello slalom, con le curve condotte o derapate delle indagini del suo Sherlock Holmes, sia nella discesa libera dei suoi incubi gotici.
Se lo sport è una metafora della vita, la scrittura è una metafora dello sport. Sempre di metafore si tratta, cioè dei principali attrezzi impiegati nella narrazione. La palla può essere ovale e sporca di fango come quella che rotola dall'inizio alla fine di This Sporting Life di David Storey, a suo tempo buon giocatore nella rugby league inglese, e nel cuore di Julian Barnes; o perfettamente sferica ma capricciosa come la leggiamo in The Basketball Diaries di Jim Carroll; o ancora piccola ma pesante, un autentico missile come quelli che amava lanciare il giovane Tom Stoppard giocando a cricket, e per la quale andava pazzo Harold Pinter, grande tifoso e addirittura presidente del «Gaieties Cricket Club».
E poi non dimentichiamo che scrivere è prima di tutto un corpo a corpo con la vita, e che la vita, se qualche volta dà e riceve carezze, quasi sempre sferra e incassa pugni in faccia e alla figura. Quale «figura» più significativa, per raccontare tutto Ernest Hemingway, della sua immagine riflessa nello specchio, con i guantoni e una barba che, certo, è poco da atleta, ma molto da scrittore? E quale scena meglio di quella raccontata da Morley Callaghan in Quell'estate a Parigi può simboleggiare il confronto amichevolmente virile, la nobile arte della scazzottata con una punta di cattiveria e abbondanti dosi di rispetto? Nel '29, Morley ed Ernest se le danno di santa ragione, all'«American Club», sotto lo sguardo compiaciuto di un arbitro forse non del tutto super partes, Francis Scott Fitzgerald. Un incontro letterario «a sei mani», quattro che lavorano sodo sul ring e due che fremono, vincolate alla passività di un ruolo a loro estraneo. Pochi anni prima, Hemingway aveva conosciuto Ezra Pound, sostituendo al pugno una carezza, per quanto ruvida: «Io gli insegnai a tirare di boxe e lui insegnò a me ciò che si doveva e non si doveva scrivere»...
Ma se scrivere non necessariamente è un'arte, peraltro quasi mai del tutto «nobile» come il pugilato, correre lo è sempre, ovunque e per chiunque. Lo sostiene Haruki Murakami in L'arte di correre. Se per Foster Wallace il tennis è una recita che mima la società, per l'autore giapponese la maratona è, autobiograficamente, la «firma» posta in calce a un'intera esistenza. «Haruki Murakami, 1949-20??, scrittore (e maratoneta). Almeno non ha mai camminato»: questa la lapide che lui vorrebbe avere sulla tomba: perché camminare non è sufficiente, se non corri non ti meriti né ciò che vivi, né tantomeno ciò che scrivi. Poco «orientale», come filo conduttore. Poco meditativo e molto pratico, più americano che giapponese.
Americanissima è la corsa del velocista, e poi running back Jack Kerouac. Prima di correre Sulla strada, lui correva, e alla grande, sul campo di football. Era una giovane promessa, prima di diventare un venerato maestro. Nel '40, a New York, entra alla Columbia University sfruttando una borsa di studio ottenuta per meriti sportivi. Poi si rompe una gamba: fine degli allenamenti, fine della carriera da atleta. Ma altre corse lo attendono, sui cavalli motore della Beat Generation, corse contro il tempo e contro il vento del conformismo, corse che cambiano aria alle stanze della letteratura aprendo le finestre su nuove competizioni.
Non olimpionico ma certamente olimpico, infine, è Vladimir Nabokov. Il suo tennis è d'attesa, un placido palleggiare utile per sciogliere i muscoli prima di scrivere. Volentieri arrotondava le proprie entrare dando lezioni di dritto e rovescio. Gli serviranno, i gesti eleganti dello sport che ai suoi tempi era ancora il più elegante di tutti, ad allenare le braccia per quando dovranno mulinare il retino da cacciatore di farfalle. E anche a catturare, con il sapiente tocco della mano che scrive, una bellissima farfalla di nome Lolita.