Franceschini, la «rivoluzione» può attendere

M atteo Renzi ha stoppato la riforma del Mibact che il ministro Franceschini voleva far approvare dal Consiglio dei ministri. Il perché lo immaginiamo con facilità, anche grazie alle indiscrezioni filtrate ieri sul Corriere del Sera: nonostante le buone intenzioni, la riforma ha nulla di rivoluzionario, si limita ad aprire i musei maggiori a figure esterne, dunque potenzialmente anche a manager, e rivede la struttura del Ministero limando il numero dei dirigenti in linea con il dimagrimento richiesto dalla spending review. Il cambiamento epocale con cui è stata presentata alla stampa non c'è, e il premier se ne è accorto. Inoltre la proposta di Franceschini ha il difetto di lasciare intatto il potere delle soprintendenze: Renzi ha sempre detto di volerle abolire. Dunque lo stop imposto dal capo dell'esecutivo.

Al Mibact, si racconta che, appena uscita la notizia della riforma, sono partite (una dietro l'altra) petizioni interne di soprintendenti e funzionari che invitavano il ministro a lasciar perdere. Le pressioni sono giunte anche al presidente del Pd Matteo Orfini, che essendo stato capo del dipartimento cultura del partito fino a pochi mesi, fa ha intessuto rapporti di conoscenza con i massimi dirigenti dei beni culturali. Questa difesa corporativa dei funzionari, dicono al Collegio romano, ha avuto il risultato di mitigare la riforma, che avrebbe dovuto essere molto più incisiva. Quando poi il provvedimento è stato reso pubblico, sono iniziati a circolare appelli firmati da molti dipendenti del Mibact affinché anche quei piccoli passi in avanti venissero rimangiati. Insomma l'apparato del ministero si è mosso affinché nulla cambi (per inciso, il totale annuo lordo del segretario generale, tra stipendio e varie retribuzioni, è di 194.453 euro). Il risultato è raggiunto: la riforma non aggredisce l'elefantiaca burocrazia delle direzioni generali e delle diramazioni territoriali.

La battuta d'arresto mette ulteriormente in difficoltà Franceschini: mentre il premier si affannava a dire che, per far ripartire l'economia, occorre lasciare i soldi nelle tasche della gente, dunque non dissanguarla di imposte, il ministro della cultura ha appena applicato, con il decreto sull'equo compenso, una nuova tassa sui telefonini e smartphone. Risultato: l'aumento dei prezzi al consumatore.

Franceschini deve davvero mettere mano nella carne della burocrazia e del sindacato culturale, rivedere con drastici tagli il Codice dei Beni culturali, gli stipendi dei dirigenti e le funzioni delle soprintendenze. Solo allora, se avrà il coraggio e i numeri per farlo, potrà indire una conferenza stampa sventolando ad ogni frase la parola: Rivoluzione.

Commenti

Picci

Sab, 26/07/2014 - 14:44

Ma la vera rivoluzione non dovrebbe essere quella che si preoccupa di garantire che il nostro patrimonio sia difeso dalla distruzione in modo imparziale senza vessazioni o interessi speculativi? Che la tutela della nostra magnifica storia ritorni al centro del nostro futuro interessa a qualcuno? E come pensiamo di farlo... eliminando quelle poche persone che, seppur in condizioni di estrema precarietà, ci ricordano che esiste ancora una "grande bellezza"...