Franzosini, vita (reale) di uno scultore immaginifico

Edgardo Franzosini è tra i più raffinati scrittori italiani contemporanei. Tra i pochi a sapere cosa vuol dire scrivere e a dimostrare con ogni suo libro cosa vuol dire leggere. Tradotto con successo in Francia, Spagna e Germania, ammirato tra i tanti anche da Antonio Tabucchi, è uno di quei rari scrittori capaci di rimanere impressi oltre l'inchiostro della pagina scritta. Non è tipo da piegarsi alle mode e segue un proprio percorso letterario che disvela un grandioso e coerente progetto letterario: iniziato con Raymond Isidore e la sua cattedrale - la storia di un custode di cimiteri che ideò una cattedrale interamente costruita con detriti e oggi considerata un luogo d'arte con visitatori da tutto il mondo (a Chartres, Francia)- proseguito con Bela Lugosi , storia dell'attore di origine ungherese giunto a Hollywood sul finire del 1923, impostosi in un centinaio di film come il primo riconosciuto Dracula del grande schermo e uomo tormentato dagli eccessi e dalle passioni sfrenate. Sino a Sotto il nome del cardinale , storia misconosciuta a molti di Giuseppe Ripamonti, lo storico seicentista che ispirò a Manzoni I Promessi Sposi e processato dall'Inquisizione per finire incarcerato nelle segrete del palazzo arcivescovile di Milano.

Ora esce Questa vita tuttavia mi pesa molto (Adelphi, pagg. 128, euro 12), la «biografia immaginaria» di Rembrandt Bugatti (1856-1940), fratello del fondatore della blasonata casa automobilistica, scultore di bronzi che raffigurano animali selvatici. Tra realtà e finzione Franzosini riporta alla luce la storia di questo singolare artista: da una parte chiamato «l'Aristocratico» (per l'eleganza e la raffinatezza nel vestire e nel vivere) e dall'altra a proprio agio soltanto con gli animali che osservava negli zoo delle città in cui visse: Anversa, Milano, Parigi. Un artista capace di scolpire nel bronzo i movimenti degli animali, di coglierne la vitalità tanto che la critica, dopo anni di dimenticanza, ne scopre la singolare forza. Fuggito «dalla noia di Milano» si trasferisce ad Anversa, dove vive in prima linea i drammi della Grande Guerra, per poi recarsi a Parigi dove vive in palazzo che fu abitato da Paul Gauguin e Buster Keaton. Reso quasi sordo da otiti croniche, riesce a sentire soltanto i versi degli animali: di quella «comunità senza parole» che sino alla morte, suicida a soli 32 anni, è il suo unico riparo da un mondo sommerso da quelle troppe parole che ci hanno portato a quel «furore del Nulla» che sono i nostri tempi.