Fu tra i primi a creare installazioni in luoghi quasi inaccessibili

Bisogna arrivare all'ultima sala del Palazzo Enciclopedico alla Biennale di Venezia per imbattersi in un lavoro che adesso suona da commiato definitivo al pubblico dell'arte: Apollo Ecstasy, venti barre in bronzo massiccio allestite per la prima volta nel '90 da Walter De Maria e formalmente simile a The Broken Kilometer, il chilometro spezzato, conservato alla DIA Foundation di New York, che gli diede fama tra gli artisti della Land Art. È di ieri la notizia della sua scomparsa, ad Albany, nello stato di New York, dove era nato nel 1935.
De Maria ha cavalcato l'onda di una rivoluzione che il sistema dell'arte inscenò verso la fine degli anni '60, quando ci si esprimeva nei grandi spazi della natura. Fu tra i primi a rompere le barriere per produrre Earth Sculptures in luoghi difficili da raggiungere, che in pochi hanno visto eppure, o forse proprio per questo, sono diventate leggendarie, imprescindibili in qualsiasi manuale di storia dell'arte. Insieme a Robert Smithson, De Maria ha raccontato un'America un po' hippie e insofferente alle regole, come i ragazzi di Zabriskie Point, eppure conservava quel gusto elegante che lo inscrisse anche al minimalismo.
La sua opera più celebrata è The Lighting Field, del '77: nel deserto del New Mexico fece conficcare 400 pali metallici dalla punta sottilissima, alti diversi metri, in un'area di circa tre chilometri quadrati. Se si fosse verificato un temporale l'installazione avrebbe funzionato da campo magnetico attirando i fulmini e creando così un evento spettacolare ma molto pericoloso. In fondo la versione moderna del sublime romantico, dove la natura funziona da elemento perturbante. Ma nel deserto è molto difficile che piova, quindi il miracolo dell'opera può avvenire solo se una combinazione di elementi casuali riuscirà a mettere in moto un meccanismo incidentale. L'arte, dunque, non è solo ciò che si vede ma la leggenda che di essa si può raccontare, soprattutto perché pochi visitatori sono ammessi alla visione dopo un lungo percorso in fuoristrada. Vietato fare foto e riprese filmate, tutto permane sulla soglia della memoria.
Prima, nel '68, aveva disegnato con la calce delle linee parallele in un altro deserto, il Mojave in California. Alla Documenta del '77 seppellì sotto terra aste metalliche per un chilometro: a quel punto l'opera era davvero scomparsa, sottraendosi definitivamente alla vista. Con Earthroom riempì un'intera sala di terra, mentre in anni più recenti da queste clamorose operazioni De Maria si trasferì verso sculture dal gusto più asciutto e minimale, con una componente mistica suggerita dalla politezza assoluta dei materiali tradotta in forme semplici e geometrie essenziali: linee, sfere, superfici levigate e misteriose.
Artista poco prolifico e avaro di mostre autocelebrative, di lui si ricorda una grande antologica alla Fondazione Prada di Milano nel '99 e la personale nella sede romana di Gagosian lo scorso anno. Sempre a Venezia è presente in questi mesi un suo lavoro storico nel remake della mostra di Harald Szeeman «When Attitudes Become Form» ripresa da Germano Celant.