Furono i «privati» a rendere bella l'Italia

Ormai la cantilena è risaputa: il patrimonio storico-artistico rischia la rovina perché sulla cultura l'Italia investe meno della media europea, e in questo crepuscolo del Paese, in cui musei e siti archeologici hanno visitatori col contagocce, l'unica vera politica nazionale è quella di riconsegnare cospicui investimenti pubblici alla cultura e al patrimonio. A dar corda alle omelie quotidiane dei vari Settis, Montanari, Paolucci, Carandini, epigoni dei vari Bassani e Cederna che dicevano le stesse cose negli anni Cinquanta e Sessanta, arriva un poderoso volume di più di 300 pagine fitte di note e bibliografia, dal titolo Cultura senza Capitale. Storia e tradimento di un'idea italiana (Marsilio). L'autore, Simone Verde, storico dell'arte e responsabile della Ricerca scientifica per il Louvre di Abu Dhabi presso l'Agence France-Muséums, vuole convincerci di una storia d'Italia palesemente in contrasto con la realtà: per lo studioso, soltanto quando lo Stato iniziò a limitare l'azione dei «privati» e dei localismi, il patrimonio ha cominciato a essere difeso. Quanto più oggi sapremo essiccare le forze localistiche e municipalizzanti, e sapremo dare finanziamenti e peso politico a una forte infrastruttura nazionale della cultura, quanto più avremo un Paese moderno.

Questa visione è smentita dai fatti. Le nostre città storiche sono oggi straordinarie proprio perché per secoli sono state determinate da una legislazione che lasciava ampi spazi di azione e di iniziativa ai cittadini (ora chiamati «privati») per costruire case, ristrutturare chiese, oratori, palazzi, per costruire teatri, boulevard, parchi pubblici, piazze nazionali, grand hotel, che adesso difendiamo come patrimonio. L'Italia delle nostre città ha potuto essere così mirabile e diversificata proprio perché, pur nella continua metamorfosi delle padronie e degli imperi, la legislazione cittadina dall'XI secolo, con la nascita dei Comuni, permetteva ampi spazi di libertà alle energie del territorio, ai cosiddetti privati che oggi tanto biasimiamo.

Sono loro - i cosiddetti privati - che hanno reso Siena diversa da Matera, Venezia diversa da Roma. Quando invece è sopraggiunto lo Stato-Nazione a pianificare urbanisticamente le città e i territori, ha saputo costruire solo le periferie più brutte e anonime d'Europa. E quanto alla cultura, lo Stato con tutti i suoi finanziamenti ha solo allontanato i turisti da Pompei.