Un giallo asburgico per riscoprire María Fagyas

Per trovare tracce evidenti di giallo-noir austriaco doc da passare al vaglio della Scientifica, un lettore mediamente informato deve risalire a Ero Jack Mortimer di Alexander Lernet-Holenia, datato 1933. Oppure abbassare nettamente le pretese ripiegando sul televisivo Commissario Rex , il pastore tedesco arruolato nella «squadra omicidi» di Vienna. Per il resto, si brancola nel buio. La vicina Svizzera, al confronto, sembra l'Inghilterra vittoriana, annoverando un fuoriclasse assoluto come Friedrich Dürrenmatt e due buoni facitori di misteri come Hansjörg Schneider e Andrea Fazioli.

Dunque quel lettore medio non può che accogliere con favore il ritorno nelle nostre librerie, trent'anni dopo l'ultima apparizione, di un misconosciuto classico della fiction-non fiction molto giallo, molto nero e soprattutto molto austro-ungarico. Il tenente del diavolo di María Fagyas, ora proposto da Elliot (pagg. 383, euro 22) uscì nel '71, quando l'elegante signora nata a Budapest nel 1905 ormai da decenni s'era trasferita negli Stati Uniti con il marito, il drammaturgo e regista ungherese Ladislaus Bus-Fekete. Ma tutti i suoi libri più importanti sono di ambientazione europea: La fabbricante di vedove ha per scenario la desolata e desolante provincia ungherese fra gli anni Dieci e Venti in cui una sorta di ostetrica-strega-femminista ante litteram aiuta le amiche-clienti a far fuori i mariti avvelenandoli, Tribunale d'onore si dipana nella Germania imperiale e La quinta donna si svolge durante la rivolta del '56 a Budapest.

Il piano davvero diabolico del tenente in questione si realizza parzialmente a Vienna nel 1909. I venti di una nuova guerra si fanno già sentire, nella capitale del regno di Cecco Beppe, e l'esercito ha una gran fame di nuovi uomini in grado di comandare le truppe. Nella lista delle promozioni al ruolo di capitano resa pubblica l'1 novembre dalle Imperialregie forze armate austroungariche ci sono i nomi di quindici tenenti, ma lui, l'assassino, ovviamente non c'è. Se ci fosse, non avrebbe inviato a dieci compagni di corso, per scalare la classifica, un autentico boccone avvelenato spacciato come... Viagra d'antan, in grado di migliorare le prestazioni con servette e... mogli di alti ufficiali. Uno solo abbocca, il tenente Richard Mader, preoccupato dopo una recente cilecca nell'alcova. Ingoia la cialda omaggio intrisa di cianuro di potassio, morendo fra atroci sofferenze. A indagare sul «caso Dreyfus austriaco», come venne subito etichettato il giallo reale sapientemente rielaborato dalla Fagyas che vide finire alla sbarra il tenente Adolf Hofrichter, è il magistrato militare Emil Kunze, trentottenne e tormentato dal conflitto d'interessi, essendo pacifista. Elementare il primo passo dell'inchiesta: scavare nella vita dei rampanti bocciati. Ma complicatissimo il prosieguo. Il primo sospettato viene ben presto scartato mentre l'alibi del secondo vacilla...

Magistrale la ricostruzione dell'ambiente militare. Sottilissimo lo scavo psicologico sul detective in divisa, fra un dialogo con l'imperatore, un confronto (molto meno pacato) con il suo erede in pectore Francesco Ferdinando, una compagna (e poi moglie) piuttosto noiosa e la strana attrazione provata per l'imputato. Affascinante la resa plastica di un'Austria che ancora per poco potrà dirsi Felix . María Fagyas, ungaro-statunitense morta a Palm Springs nel 1985 ma viennese ad honorem grazie al Tenente del diavolo , è la Maria Teresa del giallo-noir austriaco.