Gillian Genser, la storia dell'artista avvelenata dalla sua stessa opera d'arte

Alla scultrice canadese è stato diagnosticato un grave avvelenamento da metalli pesanti causato dalla sua scultura più straordinaria, realizzata nell'arco di quindici anni: Adam - The first man

Gillian Genser è una talentuosa scultrice canadese la cui vita è irrimediabilmente cambiata dopo aver scoperto di essere gravemente malata. L'artista, che oggi vive e lavora a Toronto, ha cominciato a stare male durante il completamento di una delle sue più ispirate e complesse opere, "Adam - The first man", per la cui realizzazione ha impiegato quasi 15 anni.

Intervistata dalla BBC, la donna ha raccontato la sua particolarissima vicenda, ammettendo di essere stata condannata dal suo viscerale amore per l'arte e per la natura. A Gillian le viene diagnosticato un devastante avvelenamento da metalli pesanti che le causa danni cognitivi e motori. Sulle prime nessuno riesce a spiegarsi come il corpo di questa donna abbia assunto una quantità di arsenico, mercurio e piombo tale da provocarle molteplici conseguenze neurodegenerative.

"Adamo - Il primo uomo", che lei ha ribattezzato dopo questa tremenda rivelazione "my beautiful death" è composto in gran parte da materiale organico e nella fattispecie da gusci di cozze che l'artista nordamericana negli anni ha manipolato, triturato, frantumato in quantità industriale. In tutto questo tempo ha quindi maneggiato migliaia di gusci contaminati, infetti, inquinati, di cui ignorava l'estrema tossicità. Le minuscole particelle di polverina nociva sono poi state inconsapevolmente inalate dalla Genser che mai avrebbe immaginato un epilogo tanto brutale per la sua carriera e per la sua vita. La creativa profondamente ferita dalla sua stessa creazione!

Da sempre la scultrice ha avuto un approccio all'arte atavico, primordiale, rappresentato dall'atto di raccogliere ciò che la natura offriva (azione innatamente femminile, tra l'altro, come lei stessa ama sottolineare, riferendosi alle attività delle procacciatrici di paleolitica memoria). Dare, o meglio, trasferire la vita ad una scultura inanimata reintroducendo cellule organiche e resti di altre creature (un tempo) viventi è come restituire qualcosa, sdebitarsi creando i presupposti per una connessione spirituale e fisica con l'ambiente circostante.

Gillian, nella debolezza della carne trova la forza dell'animo e urla la sua sospensione attraverso la sua opera, unico spiraglio, unico megafono, unico scudo e al tempo stesso spada.

È potente e meravigliosa, la poetica di Gillian; è una visione profonda del mondo, del nostro ruolo e della nostra presenza impattante sul pianeta, anche nel dolore e nello strazio di una consapevole degradazione fisica e mentale. Le sue creazioni fatte di ossa, di uova, di gusci di mitili, di piccole pietre preziose e di piante essiccate sono il desiderio di sottolineare e rinsaldare quell'antico legame che ci tiene fermamente avvinghiati al luogo che abitiamo, così vulnerabile e ferito.

Oggi Gillian Genser, seppur provata e sempre più sfiancata, continua a lavorare alle sue sculture. Si dice più cauta e giura che non userà mai più gusci di cozze; maneggia i materiali con accortezza e in alcuni casi lo fa attraverso una teca che la protegge e nella quale inserisce soltanto le mani, tenendo al sicuro, questa volta, almeno le vie respiratorie. Non vuole avere rimpianti Gillian, vuole guardare solo avanti e usare le poche forze che ha per creare la sua magia, l'unica cosa per la quale vorrà essere ricordata: la sua arte, ancestrale e contemporanea.