Giorgio Caproni «cronista letterario» fra prosa e poesia

L'opera è enorme, e forse - lo premetto per non dover tenere il veleno nella coda - si poteva realizzare con maggior attenzione agli errori di stampa e aggiungendo qualche informazione essenziale a pie' di ogni testo, non soltanto in appendice.
Lo dico perché un'opera come questa raccolta delle Prose critiche di Giorgio Caproni (Aragno, 4 voll. pagg. LXVI-2170, euro 150, prefazione di Gian Luigi Beccaria, introduzione di Raffaella Scarpa) non è preziosa soltanto perché ci illumina sull'intensissima attività di recensore - o meglio di «cronista letterario» - di uno dei più grandi poeti italiani di tutti i tempi, ma ci fa entrare a capofitto in un mondo, oso dire in una comunità, andata poi in frantumi, obbligandoci a riflettere sul nesso che lega la lingua, la qualità della produzione letteraria in tale lingua e la necessaria coralità che deve fare da sfondo a detta produzione. Ho letto con grande passione queste cronache umili e puntuali, redatte da uno dei maggiori poeti italiani di sempre con uno spirito di servizio che male combacia con l'immagine odierna di un mondo letterario autoreferenziale, popolato da primedonne sussiegose e sottomesso alla Legge dello Spettacolo. Raccolte, antologie, plaquettes, nomi nuovi, poeti laureati, poeti muratori, poeti idraulici: Caproni è come un setaccio nelle cui maglie passa molto di ciò che si produce, in poesia, in oltre mezzo secolo, fra il 1934 - quando, ventiduenne, iniziò l'attività di recensore - e il 1988, a due anni dalla scomparsa. La sua stessa biografia traspare attraverso lo scorrere degli anni più tumultuosi: dai giovanili elogi (obtorto collo) del Duce alle pagine vibranti post-belliche. E colpisce l'indifferenza del cronista, fedele alla propria consegna, all'attenzione che, di anno in anno, si accumula intorno alla sua straordinaria attività di poeta.
Spiccano le sue preferenze - per esempio Libero Bigiaretti, oggi dimenticato - e la sua attenzione a voci appena sorgenti, come quella del Pasolini friulano; o come quella di Andrea Zanzotto, cui Caproni dedica parole a dir poco fulminanti. Gli anni più sorprendenti qui documentati sono quelli nei quali la produzione critica caproniana è più intensa. Poi, negli ultimi quindici anni, la sua attenzione si affievolisce, non tanto per una sopravvenuta stanchezza, quanto per un sentimento di lontananza - così a me pare - che lo tiene discosto dalle nuove generazioni così come da esperienze letterarie troppo diverse dalle sue. Colpisce per esempio l'assenza o la scarsità di riferimenti a grandi poeti come il romagnolo Lello Baldini, o come Franco Loi, o Luciano Erba, o Elio Pagliarani, o ancora Giovanni Testori (che sul suo Il franco cacciatore scrisse un memorabile articolo sul Corriere), così come la sua lontananza da una generazione che con lui avrebbe potuto stringere un rapporto proficuo (i vari De Angelis, Cucchi, Porta, Raboni).
Di moltissimi poeti Caproni documenta il lavoro pubblicando ampi stralci dalle loro raccolte. Anche qui le sorprese sono moltissime - penso alle bellissime poesie di un grande scrittore come Stefano D'Arrigo - tanto che viene da chiedersi come mai la stragrande maggioranza di questi autori di altissima qualità risulti oggi introvabile in libreria. Sorge allora una proposta: perché non cavare, da questi quattro volumi, un'antologia con i testi più belli di questi poeti dimenticati, magari premettendo a ciascuno uno stralcio dalle pagine che Caproni dedicò loro?