Giuseppe Lupo, narratore (avventuroso) del probabile

Con Viaggiatori di nuvole (Marsilio, pagg. 236, euro 18) Giuseppe Lupo è al suo quinto romanzo. Studioso del Novecento (Sinisgalli e Vittorini, i rapporti della letteratura con le altre arti e con l'industria...), come narratore ha scelto fin dall'esordio (L'americano di Celenne, 2000) di avviarsi dal dato storico, del documento certo, ma per eludere sùbito la prevedibilità dello svolgimento «realistico», battendo le vie del probabile invece che quelle, senz'avventura, di un ricalco del già appurato. Così, ad esempio, ne La carovana Zanardelli (2008) la visita, nel 1902, del primo ministro in Meridione scatenava intorno a sé un irresistibile, comico proliferare di comprimarî eccitati; così ne La sposa di Palmira (2011), il terremoto dell'Irpinia (1981) forniva l'estro a una mirabile ricostruzione della forma del paese natio dello scrittore (Palmira vale Atella: in Lucania) affidata agli intarsii di un vecchio maestro falegname.
Ed ecco, ora, i «viaggiatori di nuvole»: personaggi che si muovono, sì, dentro la storia ma che spesso paiono sospesi a mezz'aria, sostenuti da una facoltà di presagire, intuire, sognare; ed è un po' la stessa forza - l'utopia - che guida l'autore. Il quale stavolta retrocede nei secoli, e assume a scenario un breve giro d'anni fra Quattro e Cinquecento. Epoca di grandi invenzioni - stampa, polvere da sparo - e di navigazioni oceaniche; mentre in Italia, teatro di guerre tra potenze forestiere, è al culmine la civiltà rinascimentale. Non si riassume una trama in poche righe, ma basti sapere che Leonardo da Vinci, ospite illustre di Lodovico il Moro in Milano, ha affidato a un dodicenne dotato di qualità non comuni, il chierico Pettirosso, alcune pergamene dal contenuto misterioso; e che da Venezia uno stampatore originario delle Fiandre, desideroso di averle per sé, incarica un suo dipendente, il ventenne Zosimo, di procurargliele a tutti i costi...
Con ciò, non si è detto quasi nulla. Poiché molto fascino del libro risiede nelle zone in cui Lupo recupera il senso delle famiglie, delle stirpi (musulmani convertiti, ebrei, cristiani) e quel che vi persiste di magico e divinatorio: dalla lingua degli uccelli alle molte mappe, tracciate su carta, su pietra o per terra, che nella verisimiglianza della storia immettono un quid cifrato. Del resto, il romanzo è anche una caccia al tesoro: con un suo finale, debitamente, a sorpresa.