Il grande contributo dei liberali alla Costituzione

Qual è stato l'apporto del liberalismo italiano alla nascita e alla formazione della Costituzione italiana? Contribuisce ora a ricostruirne alcuni passaggi importanti il volume I liberali in Assemblea Costituente (1946-1948), a cura di Loredana Pellè Stani, con un saggio introduttivo di Fabio Grassi Orsini, Rubbettino (pagg. 439, euro 24). Sebbene esista già un'ampia letteratura, questo lavoro arricchisce il quadro perché riporta una cospicua documentazione che raccoglie, nella parte antologica, gli interventi più significativi svolti dagli esponenti della galassia liberale sugli articoli del testo costituzionale.

Dalla lettura emerge lo straordinario valore “profetico” di molte critiche dei liberali riguardanti le distorsioni a cui la Carta andrà incontro e che oggi sono sotto l'occhio di tutti: così sul tema delle Autonomie regionali, con la pletora burocratica e il contrasto legislativo che si sarebbe creato fra lo Stato e le Regioni; così sulla vaghezza utopica dei diritti sociali, carichi di buone intenzioni, ma del tutto inconsistenti sotto il profilo logico-giuridico; così sulla magistratura, che da un lato risultava condizionata per l'interferenza politica nella creazione della Corte costituzionale, ma per un altro era sciolta, con i pubblici ministeri, da ogni responsabilità; così sul sistema elettorale proporzionale, che aprirà il varco a governi instabili. Soprattutto i liberali denunciano lo strapotere dei partiti di massa, che preludeva a forma di latente consociativismo, in modo particolare i futuri vari compromessi tra i cattolici e i comunisti. L'invadenza incontrollata dei partiti finirà per generare una Costituzione materiale che alla lunga sarà esiziale per l'equilibrio fra i poteri dello Stato.

Il senso generale del dibattito svoltosi nell'Assemblea Costituente mostra che ciò che costituisce il mito fondativo della Costituzione repubblicana, secondo cui, grazie alla Resistenza, il passaggio traumatico dal fascismo alla democrazia avrebbe decretato per l'Italia la rottura radicale con il passato e dunque l'inizio di una nuova storia, era palesemente falso e finiva per occultare la reale continuità con l'Italia prefascista. Il mito, infatti, era infondato perché la parte più valida della Carta costituzionale, ovvero le norme riguardanti l'ordinamento dello Stato e le garanzie politico-giuridiche poste a tutela dei cittadini nei confronti del potere, proveniva quasi tutta dalla tradizione liberale di democrazia laica, così come essa si era sviluppata nel Risorgimento e poi nel primo cinquantennio dell'Italia unita. Aveva ragione Croce: il fascismo era stata una parentesi, però, aggiungiamo noi, non completamente chiusa perché il suo aberrante statalismo sarebbe passato nell'Italia repubblicana e antifascista, grazie anche alla Carta.