La grandezza dell'Italia? Saper conquistare tutti i suoi conquistatori

Da sempre gli stranieri si innamorano del Bel Paese, ma sono critici verso gli abitanti (e i politici). "L'inglese" Mario Fortunato cade nello stesso cliché

Man mano che l'Italia dei Comuni e delle Signorie cedeva il passo alla dominazione degli Stati nazionali stranieri, cominciò a verificarsi il caso paradossale di un Paese conquistato che continuava a sedurre i suoi conquistatori. C'era tutto in Italia, e troppo di tutto se le truppe di Carlo VIII invaderanno la penisola al grido «Nous conquerons les Italies», plurale non singolare, e quel surplus stava per un continuum che dall'antichità classica arrivando al Rinascimento l'aveva popolata di città e palazzi, marmi e arazzi, bellezze fisiche e naturali, all'ombra di un clima senza eguali. Nel Settecento, quando la decadenza, politica e sociale raggiunse l'acme, il Grand Tour della migliore aristocrazia europea non trovò di meglio che farne la patria designata della educazione intellettuale e sentimentale, come se solo lì fosse possibile un'educazione alla bellezza estetica e etica allo stesso tempo. L'Ottocento risorgimentale, invece, consegnò al viaggiatore meravigliato un «Paese di morti», pura «espressione geografica», che scommetteva e vinceva sulla propria rinascita in forma di nazione, e aprì la porta a un nuovo tipo di frequentazione nella quale il viaggio in Italia da tappa di un apprendistato si faceva ideale traguardo: ci si arrivava, possibilmente per non ripartirne più. Al giro di boa novecentesco, tutto ciò assunse l'aspetto della realtà e da Douglas a Gissing, da Berenson a Prokosh, a Brodskij, racconta la resa appagata del «conquistatore».

In L'Italia degli altri (Neri Pozza, pagg. 158, euro 15), Mario Fortunato racconta proprio questo, ovvero il «discorso amoroso» che da Goethe a Auden perdura tra chi in Italia c'è nato e chi invece decide di mettervi radici, quasi che l'identità italiana divenisse per proprietà transitiva la sua, e fosse lui straniero quello in grado di comprenderla meglio, avendola per certi versi inventata... Romanziere, anglista, Fortunato ha sufficiente dimestichezza con le culture altrui per provare a raccontare come e perché uno sguardo «altro» possa farsi nativo, e come il «diverso» ci sveli a noi stessi più dell'eguale. Costruito in tre sezioni, il libro unisce con intelligenza e un po' troppa erudizione (parentesi-digressioni che insistentemente si aprono e chiudono nel corpo della narrazione) pubblico e privato, biografie e storie esemplari e frammenti di vita dell'autore, ed è comunque la «smodata quantità di bellezza, così eccessiva e straripante da sperperarsi e perdersi», a farla da padrone, con il suo risvolto, quasi da maschera della Medusa: il restarne vittima, pietrificati e svuotati di ogni energia creatrice.

In L'Italia degli altri resta sospeso l'eterno quesito: se gli «altri» ci amano così tanto, perché noi ci detestiamo così tanto? Anti-italiani, italiani inutili, il corteo intellettuale contro noi stessi è, per restare al solo Novecento, infinito, pieno di rampogne, indignazioni civili, minacce d'espatrio... E sarà anche vero che l'Italia senza gli italiani sarebbe bellissima, ma resta il sospetto che l'indole, il modo di fare e di essere, e quindi il comportamento, siano qualcosa di più di un fondale che si potrebbe tranquillamente espungere, ripopolandolo, che so, di inglesi, francesi, tedeschi, quegli stessi, cioè, da cui i loro connazionali innamorati dell'Italia sono non a caso fuggiti. Il vittimismo, l'autolesionismo e l'autocompiacimento distruttivo di cui non ci stanchiamo di dare prova, non aiutano e intorbidano ancor più le acque, i pregiudizi politico-ideologici neppure, perché contribuiscono a un'immagine distorta tramutandola in falsa verità, ennesimo cliché. Sotto questo profilo, il libro di Fortunato è ahimè esemplare. Il suo autore ritiene che il «ventennio berlusconiano» sia stato «un regime», e lo teorizza di fronte a intellettuali stranieri ospiti nel nostro Paese e naturalmente d'accordo con lui. Si tratta di artisti chiamati in Italia dal regime, nel senso che il regime non ha pensato di mandarli al confine, ma li fa lavorare, seminari, esibizioni, lezioni, «vitto e alloggio pagati» si sarebbe detto una volta, ma ciononostante il regime, qualsiasi cosa esso voglia dire, li fa soffrire. E soffre anche Fortunato, mentre prende possesso del suo nuovo appartamento, all'ultimo piano di una villa settecentesca con vista sul lago di Como dove si è trasferito, mentre acquista il casale in Sabina, con giardino a terrazze, dove ha deciso di ritirarsi probabilmente per meglio sfuggire al regime, e intanto tiene conferenze antiregime, è ospite di dimore squisite di registi stranieri antisistema e va da sé antiregime, anche loro d'accordo sul fatto che sì, un regime esiste, e questa è una vergogna...

«Il fascismo è una variabile periodica della storia nazionale», spiega Fortunato agli intellettuali stranieri che concordano. E certo, De Gasperi e Craxi saranno pure state reincarnazioni del Duce, resta però da chiedersi a chi e a cosa, quando ancora non eravamo nazione e il fascismo non c'era, si dovrebbe imputare la nostra decadenza politica e morale; e dopo, nel cinquantennio unitario, contro quale fascismo si dovrebbero appuntare gli strali stranieri e italiani. E va detto che la prosopopea con cui i foreiners amici di Fortunato giudicano l'Italia è stupefacente, visto che nemmeno ne conoscono la lingua. Al riguardo, Fortunato è indulgente, nel senso che «molto spesso gli italiani non sanno una parola di inglese e perciò è difficile comunicare. Ricordo sempre Gore Vidal raccontare che, ancora nei primi anni Sessanta a Roma, andare ai party per lui era un tormento, perché gli aristocratici, che erano gli unici a conoscere le lingue, erano per lo più degli idioti e non avevano assolutamente nulla da dire, mentre gli intellettuali, che di cose magari ne avevano da dire parecchie, non parlavano nient'altro che l'italiano». Vidal viveva a Ravello, in una villa bellissima, e se avesse preso qualche lezione di italiano non gli avrebbe poi fatto così male; ed è un peccato che in uno di quei parties non abbia conosciuto quell'aristocratico romano che, seccato dalla petulanza con cui la moglie di un diplomatico statunitense lo perseguitava a proposito della amoralità degli italiani, le aveva risposto, in perfetto inglese: «Signora, quando voi vivevate ancora sugli alberi e vi dipingevate la faccia, noi eravamo già froci».

Commenti

Mario-64

Lun, 15/07/2013 - 11:44

In effetti come abbia fatto il Paese che ha dato i natali a Cesare ,Leonardo e Michelangelo a diventare il Paese di Scilipoti rimane un mistero...