Un gruppo di «congiurati» nascose i segreti del Duce

Tra l'aprile e il maggio del '45 molti documenti che Benito aveva con sé si volatilizzarono. Alcuni erano merce preziosa: da cercarsi a Firenze 

All'alba del 10 maggio 1945, una Fiat 2800 partì da Domaso, sull'alto lago di Como, per un misterioso viaggio legato alla sorte delle due famose borse di documenti che Mussolini aveva portato con sé fino a Dongo e che gli furono sequestrate dai partigiani dopo l'arresto: cartelle zeppe di incartamenti «top secret», come il dossier scandalistico su Umberto di Savoia e l'epistolario tra il Duce e Winston Churchill. Una corrispondenza, quest'ultima, oggetto di accanite dispute tra storici, ma sulla cui esistenza si può spendere una parola definitiva e in senso affermativo. Viaggiavano sull'ammiraglia Fiat, personaggi che si son ben guardati dal raccontare lo scopo della loro missione: alla guida, per cominciare, vi era Urbano Lazzaro, il partigiano «Bill», che ha scritto parecchi libri sulle sue vicissitudini di combattente e sugli enigmi di Dongo, tacendo però sugli aspetti più compromettenti, come la sparizione dei carteggi. Accanto a lui, sedevano il comandante della brigata garibaldina che aveva catturato Mussolini, il conte fiorentino Pier Bellini delle Stelle «Pedro», il partigiano-finanziere Antonio Scappin «Carlo» e un'eminenza grigia di cui dovremo abituarci a sentir parlare, in futuro, perché il suo ruolo occulto, sulla scena di Dongo, fu quello di terminale dei servizi segreti, nazionali e americani. Si tratta dell'avvocato fiorentino Piero Bruno Puccioni, un ex deputato fascista che, durante la guerra civile, riuscì a interporsi tra la Rsi e il movimento partigiano, allo scopo di orientare verso obiettivi desiderati la parte più moderata del movimento. Puccioni, agendo come «consigliori», riuscì a calamitare verso di sé, anzitutto, il suo conterraneo Bellini delle Stelle, ma poi anche il resto del gruppo anticomunista dei partigiani di Dongo.

Ecco perché, nelle giornate di fine aprile del 1945, l'avvocato fiorentino, legato al servizio segreto militare predispose un piano per la custodia di Mussolini, allo scopo di consegnarlo vivo agli americani. Un progetto che dovette essere presto accantonato.
Nella villa occupata da Puccioni, a Domaso, poco distante da Dongo, avvenne lo spoglio dei materiali contenuti nelle borse del Duce: il carteggio con Churchill fu sottoposto ad attento esame nel corso di almeno un paio di riunioni notturne, così come venne valutato il potenziale destabilizzante del fascicolo su Umberto di Savoia, che forniva le prove delle tresche omosessuali del futuro sovrano. I due voluminosi pacchi contenenti i dossier scottanti dell'archivio segreto mussoliniano, dapprima depositati nella filiale della Cariplo di Domaso, vennero successivamente occultati dietro l'altare della chiesa di Gera Lario. Si giunge così agli eventi che sono stati oggetto di una tenace rimozione da parte dei diretti interessati. Il merito di aver aperto una breccia nel silenzio dei protagonisti spetta allo storico Alberto Maria Fortuna, che è riuscito a cattivarsi la fiducia di Puccioni, convincendolo a parlare e a consegnargli importanti documenti che abbiamo consultato in anteprima. Nel 1981, Lazzaro rivelò a Fortuna di essere stato convocato, dagli Alleati, verso la fine della prima decade di maggio del '45, all'Albergo Manzoni di Milano. «Bill» non specificò il motivo di quell'incontro, ma pare certo che avesse a che vedere con i documenti sottratti. Sta di fatto che Lazzaro lasciò quella riunione con in tasca il primo lasciapassare rilasciato per una missione civile dopo la Liberazione.

Grazie a quel documento, la 2800 guidata da «Bill» poté mettersi in viaggio, il 10 maggio, con destinazione Firenze. Non si può non sorridere alla circostanza che tre fra i maggiori responsabili della fine di Mussolini, i partigiani «Bill», «Pedro» e «Carlo», scortassero un agente segreto che aveva militato nel fascismo fin dagli esordi squadristici. E il lasciapassare concesso dagli Alleati costituiva la prova del fatto che Puccioni fosse un intoccabile.

La 2800 giunse a Firenze e il gruppetto si sciolse. Puccioni venne accompagnato nella sua abitazione e, appena fu solo, mandò a chiamare un suo collega, l'avvocato Casoni, comunicandogli che c'erano in giro carte importantissime di Mussolini di cui bisognava ad ogni costo impedire la dispersione. Si trattava di un autentico tesoro che, se bene utilizzato, avrebbe potuto accrescere il potere contrattuale dell'Italia, sulla scena internazionale. Puccioni sostenne che «Pedro», sceso a Firenze per salutare la famiglia dopo un lungo periodo di lontananza, avesse portato con sé la parte più considerevole delle carte mussoliniane. A Fortuna, l'avvocato fiorentino ribadì la sua convinzione che quelle carte fossero misteriosamente sparite nel capoluogo toscano, in circostanze che per ora è impossibile ricostruire. Per parte sua, in una lettera allo storico Renzo De Felice, con cui intrattenne un carteggio negli anni '80, Puccioni dichiarò: «Ho lottato per conservare all'Italia le carte che potevano giustificarla di fronte a tutti i suoi avversari». Secondo alcune delle ricostruzioni più accreditate, i carteggi mussoliniani sarebbero rimasti nell'alto Lario almeno fino alla metà di maggio, circostanza che parrebbe mettere in discussione l'attendibilità del racconto sulla missione a Firenze. Ma la contraddizione, in realtà, è solo apparente, in quanto sono ormai parecchi gli elementi di fatto che inducono a ritenere che i voluminosi involti contenenti i dossier del Duce fossero stati più volte, e con disinvoltura, manipolati, alleggeriti, tra la fine di aprile e la metà di maggio del 1945. Tanto è vero che, dei due pacchi occultati nella chiesa di Gera Lario, alla fine ne venne ritirato soltanto uno: l'altro si era «volatilizzato». Senza considerare che, a Dongo, giunsero altre due borse di documenti di cui si persero le tracce: si tratta dei carteggi custoditi da Marcello Petacci, fratello di Claretta, all'interno dei quali vi erano certamente lettere di Churchill.
(2- continua)