La guerra fredda e l'arte coraggiosa creata dalla paura

Una mostra sui blocchi rivali dal 1945 in poi. Antistorico  il catalogo che salva il comunismo: "Ha patrocinato la libertà"

Di qua e di là della Cortina di Ferro, inebetiti dalla ricca vastità del mercato o schiacciati dalla miseria dei regimi comunisti. A caccia di libertà sempre più raffinate o in fuga da costrizioni inumane. Comunque sempre con il terrore della guerra definitiva, quella figlia dell'atomo e venata d'apocalisse. I più coraggiosi intenzionati a cercare comunque un messaggio universale da lanciare al di là del Muro, i più fragili convinti della necessità di rifugiarsi nel gioco, nell'ironia. Potremmo riassumere così le caratteristiche degli artisti rappresentati nella mostra The Desire for Freedom (sottotitolo Arte in Europa dal 1945) che sarà a Palazzo Reale a Milano sino al 2 giugno. In un modo o nell'altro sono tutti artisti figli delle grandi contrapposizioni ideologiche del XX secolo. Hanno portato la guerra nell'arte, perché la Guerra (fredda) era dappertutto, perché era la madre di tutte le cose.
E in effetti la mostra davvero mette il visitatore di fronte ad opere che sono delle sintesi potenti, che racchiudono lo spirito del tempo, a partire da quella che campeggia nelle locandine: il Bombardiere di rossetti di Wolf Vostell realizzato nel 1968, in piena guerra del Vietnam.

L'artista tedesco rappresenta un B-52 nell'atto di sganciare rossetti e non bombe. Quasi una premonizione del fatto che l'Occidente avrebbe vinto il conflitto contro l'Urss e i suoi satelliti con i beni di consumo, non con le armi. Potentissimo nella sintesi è anche il quadro del pittore polacco Wojciech Fangor intitolato Figure. Realizzato nello stile dei murales sovietici rappresenta in primo piano due lavoratori nella stentorea posa da «working class hero». E sin qui nulla da dire. Accanto a loro però è ritratta una bella signora molto borghese. Le mani curate, una pochette, degli occhiali da sole molto glamour. Sul vestito della graziosa dama ci sono i nomi di moltissime città, e anche qualche scritta pubblicitaria. La contrapposizione tra due civiltà non potrebbe essere più evidente. È una contrapposizione muta. Fangor mostra ma non giudica. E questo suo mancato giudizio bastò a decretare il bando del suo lavoro. Nel 1950 il dipinto fu rifiutato dalla giuria della prima mostra d'arte nazionale della Polonia. Solo nel 1987 è stato possibile esporlo nel museo nazionale di Varsavia. Che dire poi di Elmo n. 1 di Henry Moore del 1950 o dell'apocalittico La deriva del vaso di Enzo Cucchi (che rappresenta un vascello abbandonato in un mare di fiamme) o di Enrico Baj che in Pittura del 1953 congela l'energia atomica in un infinito vortice monocromo? Le nuove paure di un secolo di autodistruzione diventano arte.

Insomma difficile non restare colpiti dalle opere. Opere di conflitto e di critica come quelle del praghese Milan Kunc che nei suoi acrilici anni '70 mischia iconografie del comunismo e gli agognati beni di consumo del Blocco atlantico. Si resta però colpiti anche dal catalogo e dalle didascalie della mostra. In questo caso molto meno positivamente. L'impressione infatti è che depotenzino il senso delle opere, l'intensità del conflitto che le ha generate. Spiega la stessa curatrice Monika Flacke. Il tema della mostra avrebbe dovuto essere (e resta) l'arte e la guerra fredda: «Ma tale idea non avrebbe enfatizzato eccessivamente la contrapposizione tra est ed ovest? Perciò è sembrato più interessante porsi la questione dei legami che univano i due blocchi un tempo contrapposti...». Non bastasse, andando alla ricerca di una sintesi inesistente, si arriva a un passo dal delirio: «Entrambi i sistemi hanno proclamato e patrocinato l'illuminismo, la libertà e l'uguaglianza... per poter offrire ai cittadini il felice perfezionamento del genere umano». Per fortuna le opere continuano a raccontare un'altra cosa. Molto meno riconducibile all'ecumenismo di maniera di certi salotti, o della Commissione europea che ha finanziato il progetto, e molto più simile a quello che si legge nei libri di storia (persino se scritti da storici marxisti). Quindi basta guardare ed evitare il catalogo.