La guerra senza qualità di Musil

I colpi del nemico, lo sguardo dei compagni, l'assurdità di una ferita. In trincea nacque il suo capolavoro

Prima della Grande Guerra del '15-18, Robert Musil (1880-1942) scrisse molto, come accade a molti ragazzi, ma pubblicò, ovviamente, pochissimo: Il giovane Törless e Congiungimenti. Poi l'esercito austroungarico gli chiese molto, e molto lui gli diede, con tanto di decorazioni che ne sono testimonianza. Gli diede anche, la guerra, gli innumerevoli spunti di riflessione che, affastellati nel suo archivio mentale, sfoceranno nelle opere successive. Ecco perché i cinque scritti pubblicati per la prima volta in italiano nel volumetto Narra un soldato e altre prose dalle edizioni Via del Vento (pagg. 33, euro 4, traduzione di Claudia Ciardi ed Elisabeth Krammer, www.viadelvento.it) sono utili a scandagliare il «laboratorio» musiliano. Anche da lì nascono le Tre donne, le Pagine postume pubblicate in vita e, soprattutto, L'uomo senza qualità, il grande quadro allegorico della crisi post bellica. Una crisi con radici antiche. In questa pagina pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, proprio Narra un soldato: frammento di esperienza fulminea ma indelebile dal fronte italiano datato fra il '15 e il '16.

Ci trovavamo allora in un angolo morto del fronte, che lassù si dispiegava dalla Cima di Vezzena al lago di Caldonazzo e correva in alto sopra i due colli di Tenna e Colle delle Benne fino ai monti di Fassa. Era ottobre; le alture giacevano sotto i nostri piedi come grandi corone appassite; le trincee affondavano nel fogliame; eroicamente bruna giaceva davanti a noi la Valsugana, creata da Dio come uno squil­lo di trombone.

 Ma oltre a ciò penso continuamente alle notti successive, quando tenevamo una posizione esposta nel fondoval­le. Avrebbero potuto ammazzarci con le pietre: non potevamo muoverci. Ma quando mi alzavo un po’ e spingevo il naso sopra la mia spalla, vedevo il gruppo del Brenta celeste come vetro rigidamente increspato. E di notte le stelle erano grandi, quasi stampate da un foglio dorato e risplendevano oleose come fatte di pasta fritta e il cielo nella notte era sempre azzurro e la sottile adolescente falce di luna, tutta d’argento o d’oro, vi stava distesa e sguazzava beata. E si camminava solo di notte, ma tra alberi verde-neri come fra le piume di pappagalli notturni.

 Accadde in un tale paesaggio. Un aeroplano volò meravigliosamente disteso nell’aria. La parte sottostante delle ali era dipinta coi colori italiani rosso-bianco-verde e il sole vi brillava attraverso come dalla vetrata di una chiesa. «Ammirarlo » pensai tra me, «ha poco a che fare col raziocinio; ma è così bello!» Nello stesso mo­mento, guardando incantato in alto, mi fulminò l’idea che noi, qui, un gruppo di soldati riuniti come spettatori, dovevamo offrire al pilota un bersaglio allettante. Subito dopo udii un suono lontano. Ma può anche essere accaduto il contrario. «Ha scagliato una freccia», pensai, perché non era uno sparo; ma non mi spaventai, invece divenni ancor più estasiato. Mi stupii che nessun altro lo sentisse. Poi pensai che il suono ad un certo punto sarebbe cessato.

 Ma non fu così. Come mi si avvicinò e in prospettiva divenne più intenso, fu in quello stesso momento che qualcosa dentro di me gli andò incontro. Un raggio di vita. Altrettanto infinito. Perché durò a lungo, molto a lungo, un tempo nel quale soltanto io sentii il rumore avvicinarsi. Era un suono alto, leggero, canoro, semplice, come quando viene strofinato il bordo di un bicchiere. Ma gli apparteneva qualcosa di irreale, motivo per cui non si lascia descrivere. «Non l’hai mai udito» mi dissi. «E chissà quando ti sarà dato di riascoltarlo.» Non ho mai fatto nessuna considerazione su Dio, ma proprio allora doveva essermi venuto in mente, senza farci caso subito: così è, quando Dio vuole annunciare qualcosa. Il pensiero c’era. Non mi potevo muovere. Il suono era diretto a me. Lo aspettavo. Divenne più fisico, si gonfiò, più minaccioso. Mi domandai: devo dare l’allarme? Dobbiamo schizzare nei ripari come topi? Non volevo; ma che importa se io o qualcun altro veniamo colpiti; mi sentivo estraniato, ero il prescelto.

 Proprio allora l’aria iniziò a suonare anche per gli altri. Mi parve di notare che un’inquietudine guizzasse sui loro visi e che se la intendesse con me, non lo so. So soltanto che quel suono all’improvviso era andato su una nota terrena, dieci piedi, cento piedi sopra di noi, e cessò. In mezzo a noi, vicinissimo a me, qualcosa era stato ammutolito e inghiottito dalla terra, era scoppiato in un silenzio irreale. Solo adesso avvertivo che tutti mi fissavano senza che me ne accorgessi; con lo stesso sguardo con cui mesi dopo mi avrebbero osservato le donne quando da una stazione mi si trasportò su una barella. Il mio corpo si era lacerato sul fianco, senza che le gambe si muovessero, così da descrivere un semicerchio e fare un profondo inchino. Lo sentii soltanto quando mi risvegliai come da un torpore.

 Non so quanto a lungo ero stato così completamente sottratto a me stesso; mi stirai; ma il mio cuore batteva largo e tranquillo con colpi regolari come una cornacchia che vola attraverso la sera; non riuscii a spaventarmi neanche per una frazione di secondo. «Una freccia volante », disse uno; «quando colpisce va dalla testa ai pie­di. » Tutti la vollero cercare, ma si era infilata, non più spessa del piombo di un carpentiere, alcuni metri nella terra. Odiavo queste voci, amavo misteriosamente il nemico; una calda sensazione di sangue m’inondò, credo di essere arrossito in tutto il corpo.