Heaney racconta Pound e il «clan» degli irlandesi

di Seamus Heaney
Ho pensato che il modo migliore per incominciare fosse far parlare di Ezra Pound il più grande di tutti i dublinesi: «Niente potrebbe essere più vero che dire che tutti gli dobbiamo moltissimo. Ma io certamente più di tutti. Sono trascorsi quasi vent'anni da quando diede inizio alla sua vigorosa campagna a mio favore ed è probabile che, se non fosse per lui, sarei ancora lo sconosciuto sgobbone che scoprì – se poi fu una scoperta». James Joyce scrisse queste parole su richiesta di Ford Madox Ford nel 1932, ricordando la prima lettera elogiativa ricevuta da Pound e l'aiuto da lui fornito per la pubblicazione di Dublinesi e di Dedalus, nonché il generoso contributo creativo che Joyce ricavò dal rapporto con Pound. Il tributo era fervidamente personale, ma rifletteva, al tempo stesso, la posizione di un più vasto gruppo di scrittori e artisti approvati, incoraggiati e in definitiva promossi da Pound, agli esordi del XX secolo. Il «noi» di quelle parole – «noi tutti gli dobbiamo moltissimo» – includeva T.S. Eliot, Ford Madox Ford, Robert Frost, Henri Gaudier-Brzeska, Wyndham Lewis e, dobbiamo ammettere, W.B. Yeats.
Pound era di vent'anni più giovane di Yeats, lo considerava l'unico poeta per incontrare il quale valesse la pena di attraversare l'Atlantico e non ci mise molto a fare la sua conoscenza, quando arrivò a Londra. Anche Yeats rimase impressionato, seppure non accecato, da quell'astro nascente. Ecco cosa scrisse a William Rothenstein nel 1912 a proposito della comparsa sulla scena dell'americano: «Ha una natura impulsiva, ruvida. Non fa che urtare i sentimenti altrui, ma possiede, credo, del genio e molta buona volontà. Ercole, nel nostro giardino europeo delle Esperidi, è destinato per forza a dare l'impressione di travalicare un poco la dimensione umana. La sua voce è troppo squillante, l'incedere troppo spiazzante». \
Negli anni Cinquanta e Sessanta, all'interno del mondo letterario irlandese e britannico, il super-io poetico era più eliotiano che poundiano.
Fu soltanto quando andai a Berkeley, nel 1970, che entrai in un'atmosfera in cui Pound era nell'aria della mente letteraria, in cui persone come Robert Duncan, Gary Snyder, Charles Olson trasmettevano quel genere di segnale, anzi, più che un segnale: erano impegnati in una vera e propria opera di evangelizzazione rispetto a Pound. Così in quel campus di «figli dei fiori» feci del mio meglio per aprirmi a un differente tipo di melodia, e stare al passo. Scrissi addirittura delle poesie servendomi delle terzine scalate di William Carlos Williams, aprendomi alle novità, ma non riuscii mai a crederci davvero. Mi mancava un qualche tipo di appiglio: era troppo «aperto». E a quei tempi le forme aperte erano politicamente auspicabili. Le forme chiuse implicavano, più o meno, l'essere a favore della guerra del Vietnam e un sonetto veniva magari associato a una qualche specie di dittatura... Comunque, non riuscii a credere nei miei stessi sforzi in quello stile americano. E non c'era niente da fare. \
Tuttavia, in seguito sono tornato a tuffarmi negli scintillanti flutti e nello splendore dei Canti pisani, colmi di versi che si possono citare – specie a Dublino – dal momento che nominano con tanta costanza i «compagni» dublinesi. In un caso mostrano addirittura una vivace dimestichezza con la politica irlandese e menzionano Padraic Colum, con cui non ci si aspetterebbe certo che Pound avesse familiarità, ma forse ci arrivò grazie alla mediazione di Yeats: «O donna dal collo di cigno». Comunque, Yeats si accorse che: «il problema dopo ogni rivoluzione è cosa fare con i tuoi fucilieri/ come scoprì il vecchio Billyum in Oireland/ al Senato, Perbacco! O già prima/ i tuoi fucilieri calpestano i miei sogni/ O donna dal collo di cigno,/ i tuoi fucilieri calpestano i miei sogni/ Perché Padraic Colum non ha continuato/ a scrivere poesia di quell'intensità?» (Canto 80) È un brano di facile lettura e attraente, come un'altra pagina da antologia, che rievoca i tre soggiorni invernali di Pound e Yeats allo Stone Cottage, nel Sussex. Tre soggiorni cruciali per l'evoluzione dell'opera di entrambi. E fu a questo punto del suo rapporto con Pound, che gli faceva da segretario, che il poeta più anziano disse a Lady Gregory che «parlare di una poesia con lui è come tradurre una frase in dialetto». Uno dei risultati del nuovo laboratorio con immagini ardite fu una svolta yeatsiana verso i principi di Pound. Principi che Pound aveva impazientemente dettato alcuni anni addietro. Ovvero: una lingua laconica, «oggettiva – nessuna sbavatura, lineare – nessun uso smodato degli aggettivi, niente metafore che non si possano esaminare. Linguaggio diretto, diretto come il greco». \
Sembra opportuno ricordare questi legami di Pound con Dublino tramite i dublinesi che ammirava. Ma non posso concludere senza fare brevemente riferimento a un paio di altri collegamenti poundiani che vale la pena di menzionare. Hugh Kenner, per esempio, scrisse che Pound una volta «s'imbatté in Joyce attorniato da uno stuolo di ammiratori e s'infuriò a causa di ciò che interpretò come un clima di piaggeria. S'informò in tono sprezzante da un certo giovanotto smilzo se per caso Joyce stesse scrivendo un'Iliade, o magari una Divina Commedia». Kenner commenta: «Non bisognerebbe mai dire niente di tanto umiliante a nessuno... Ma spiace particolarmente che Pound l'abbia detto a Sam Beckett».
Ciò corrisponde al resoconto dato da Beckett stesso del proprio incontro con Pound al ristorante Trianon di Parigi nel 1939, dal momento che lo mise per iscritto due volte, prima in una lettera a Patricia Hutchins e poi, di nuovo, in una lettera a Kenner. Beckett scrive di Pound: «Mi sembra ancora di vedere il cuore di carciofo che gli sfugge dalla forchetta, mentre si informa, con voce tagliente, sul tipo di epica in cui fossi impegnato al momento». Decisamente Sam non rientrava nel novero dei «compagni». Fu soltanto quando i «compagni» non c'erano più che giunse voce che Pound stesso era venuto a Dublino: nel febbraio del 1965, dopo aver preso parte alla funzione religiosa in memoria di Eliot, nella cattedrale di Westminster. Lui e Olga Rudge arrivarono e pernottarono all'Hibernian Hotel. Desideravano rivedere George Yeats, e la biografa di George, Ann Saddlemyer, ce li mostra dal punto di vista di Anne Yeats, che li raggiunse all'albergo. Saddlemyer scrive che «quando Anne arrivò, i due vecchi amici se ne stavano già lì seduti. Nessuno dei due parlava, ma l'affetto reciproco era evidente. Quando George gli chiese se gli sarebbe piaciuto conoscere qualche giovane poeta irlandese, Ezra pronunciò un'unica parola: NO!».
Quale migliore occasione per interrompermi.