Henry Miller? Un classico che però nessuno legge

Ecco una delle migliori biografie mai scritte dell'autore americano: poca attenzione agli scandali, molta ai libri. Ma l'influenza dei suoi romanzi oggi è minima...

Quando, nel 1939, Henry Miller era a Parigi, in attesa di buone notizie dal suo agente americano che tardavano ad arrivare, la guerra era alle porte e si stava per compiere un periodo decisivo della sua esperienza umana e carriera letteraria. I suoi due romanzi più noti, Tropico del Cancro (1934) e Tropico del Capricorno (1939), erano già stati date alle stampe proprio in Francia, dopo che le pagine giovanili di Clipped wings erano andate perdute. Il suo modo anomalo di raccontarsi in forma romanzata, bypassando molti stilemi letterari classici, colse alla sprovvista lettori e critici e, talvolta, pure potenziali editori, al punto che Tropico del Cancro così fu definito da Jack Kahane, il primo a pubblicarlo: "Il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto. Al suo confronto, l' Ulisse di Joyce sa di limonata". Eppure, solo nel 1961 il suo romanzo più celebre venne pubblicato in patria, scatenando in Miller ulteriore rancore per quell'America puritana che non lo riconobbe mai fino in fondo come suo figlio legittimo.

In diversi si sono cimentati in una biografia di Miller, con il rischio quasi inevitabile di sconfinare in una storia scandalosa, concentrandosi sulle discusse debolezze e fragilità più che sull'arte del romanziere di Manhattan. Henry Miller (Odoya, pagg. 384, euro 20) di Arthur Hoyle, definito da Tony Miller «il miglior libro su mio padre mai scritto», è una biografia letteraria, un'analisi profonda della personalità di Miller attraverso i suoi viaggi, i suoi rapporti umani e, soprattutto, i suoi scritti.

Il libro di Arthur Hoyle non tralascia di approfondire le anime più cupe dello sfaccettato Miller, raccontandone le ossessioni e le paure sessuali e umane, ma mettendone soprattutto in luce l'impatto sulla sua produzione letteraria. Insomma, chi cercasse pagine pruriginose sulla torbida relazione con Anaïs Nin e la difficoltà di condividerla con il marito legittimo e numerosi altri amanti, resterà in larga parte deluso. Il ruolo della scrittrice erotica viene enfatizzato a dovere, la sua figura di amante come di madre e consulente è messa in chiaro. Così come l'autore evidenzia lo stile personale di Miller, che si plasma soprattutto sulla scia dei disastri della grande guerra e del successo delle dottrine di Freud, e la spinta individualista opposta agli slanci di fratellanza universale, che secondo Miller sarebbero stati una delle cause del successo di certi totalitarismi in Europa, per l'identificazione delle masse in modelli populistici. Al centro di tutto ci sono i viaggi, le tante donne, la scelta di vivere a Parigi e poi a Big Sur, in California, nel cui ambiente quasi paradisiaco Miller cercò conforto dal travaglio della fine della storia con la Nin e scrisse la trilogia di Plexus , Sexus e Nexus , considerata una specie di autobiografia delle sue vicende letterarie e sessuali.

Ho provato a fare un piccolo sondaggio e chiedere ad alcuni amici scrittori americani che cosa avesse rappresentato nel loro universo narrativo l'esempio dell'autore di Tropico del Cancro . I risultati sono stati prevedibili e sorprendenti al tempo stesso, soprattutto considerate le enormi differenze che i suddetti autori presentano tra loro. Joe R. Lansdale, certo non un autore di storie da educande, ci ha detto: «Ho letto Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno per farmi un'idea dell'impatto di Miller sulla letteratura, ma li ho trovati noiosi. Non posso certo dirmi un suo fan». Non molto diversa è la posizione di James Grady, autore de I sei giorni del Condor (1974), diventato un popolarissimo film con un giovane Robert Redford. Le sue parole non sono state molto tenere: "Non sono mai riuscito a leggere Henry Miller. Di lui, pertanto, dovrei dire che l'impatto politico e sociale supera di gran lunga il numero di lettori. È più una forza culturale che un autore amato".

Si potrebbe obbiettare che Lansdale e Grady sono due autori di genere, due scrittori non esattamente “letterari” e, forse, sarebbe una precisazione legittima. Per questo, ho sollecitato l'opinione di Stephen Amidon, autore tra gli altri del romanzo Il capitale umano , recentemente portato sul grande schermo da Paolo Virzì. Malgrado una prosa meno smargiassa e leggermente più aulica rispetto a Grady e, soprattutto, a Lansdale, il risultato non cambia. "Miller è uno di quegli autori americani che sembrano godere di maggior credito in Europa che negli Stati Uniti, un po' come succede con John Fante. Nel periodo in cui lo lessi, avevo una ventina d'anni e, dopo un centinaio di pagine, ebbi la sensazione di aver dato fondo ai tesori nascosti e al piacere di Henry Miller. Inoltre, in un mondo come quello odierno in cui puoi partecipare a un'orgia di studentesse universitarie con un semplice clic del mouse, tutto quel sesso scandaloso mi sembra leggermente scipito".

Etichettato come autore letterario di culto della provincia americana, James Sallis si stacca decisamente dal coro: "Dopo i libri di fantascienza, i primi che io abbia letto, i romanzi di Henry Miller furono quelli che mi consentirono di aprire gli occhi su mondi che non sapevo neppure che esistessero e continuarono a farlo per tanti anni e attraverso tante letture".