"Ho insegnato ai politici come usare le buone maniere"

Vedere in tv il ministro degli Interni senza cravatta e col colletto slacciato che, al Quirinale, dà la mano al Presidente della Repubblica elegante e incravattato, non è un grande spettacolo. Ma c'è di peggio: per esempio, il Presidente della Camera, terza carica dello Stato, che assiste all'esecuzione dell'inno nazionale con la mano in tasca, come se si trovasse alla fermata dell'autobus. Non si tratta soltanto di buona educazione: i comportamenti nelle istituzioni e nei confronti delle istituzioni hanno una rigida grammatica, un codice fatto di rispetto e di sottolineatura di valori che trascendono le persone singole per diventare celebrazione della storia, difesa della democrazia, orgoglio della nazione.
Mentre al Senato vige la regola che senza cravatta entrare non si può e gli uscieri di Palazzo Madama, nei loro vestiboli, hanno sempre pronta una cravatta in prestito per chi ne fosse sprovvisto - alla Camera è ammessa la sola giacca ed è semplicemente richiesto un abbigliamento decoroso. L'abito non è soltanto stile, è molto di più. Regole protocollari molto rigide indicano, per esempio, che cosa vada indossato negli incontri ufficiali. Per quelli di rango più elevato, al Quirinale, era richiesto il frac con papillon bianco e decorazioni di grande formato. Pietro Nenni, ministro degli Esteri nell'allora neonata Repubblica, lo indossò controvoglia: «Ho fatto la Resistenza, non pensavo di dovermi vestire da orchestrale», borbottò. Oggi è richiesto lo smoking. Sandro Pertini da presidente si trovò a dover dare l'incarico di formare il governo a Bettino Craxi, il quale, avvertito all'ultimo, si presentò al Quirinale direttamente da un viaggio, così com'era, senza passare a cambiarsi. Indossava una rispettabile giacca blu sopra a un paio di jeans. Pertini lo squadrò in silenzio un paio di volte, dall'alto in basso, e poi esclamò: «Bettino, adesso vai a casa, ti cambi, e poi torni. Vestito così l'incarico io non te lo do».

Massimo Sgrelli è stato per 15 anni il direttore del Cerimoniale a Palazzo Chigi, e da quella posizione ha vigilato sulla corretta applicazione delle regole di protocollo da parte di politici e autorità. Ha raccolto in un libro coltissimo e ricco di curiosità il «Galateo istituzionale» (Di Felice editore), titolo accompagnato da un sommario esplicativo: «Quando la forma è sostanza: il comportamento formale nelle istituzioni e nelle aziende». Sgrelli, con altri illustri colleghi, ha fondato l'Accademia del Cerimoniale al servizio di enti pubblici e privati: «Vogliamo andare nelle scuole a spiegare ai ragazzi perché si devono alzare quando entra il professore». Notare la sottigliezza: non l'atto di alzarsi, ma il suo perché. L'Accademia è rivolta anche ad aziende, poiché i comportamenti attengono all'immagine, e l'immagine giusta o sbagliata può favorire o sfavorire gli affari.

Oggi le istituzioni rischiano di essere pervase dal populismo. Per esempio, il presidente della Camera che il primo giorno ha raggiunto Montecitorio in autobus per sembrare un cittadino dei tanti, entrato in carica ha dovuto adattarsi all'auto blu e alla scorta. Non si tratta di privilegi o comodità; semplicemente, i valori di un privato sono diversi da quelli di un'autorità istituzionale, a cominciare dalla sicurezza. «Ridicolo osserva Sgrelli vedere Giuseppe Conte arrivare al Quirinale con il taxi scortato dalle auto di servizio. E ancora più ridicolo l'ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, quando si recò in visita in Vaticano in bicicletta. La gendarmeria vaticana dovette acquistare apposta due biciclette per le guardie che poi lo scortarono».

Il protocollo ha le sue regole ferree, di derivazione militare, a cominciare dai simboli dello Stato che ricorda Sgrelli - sono quattro: la bandiera, l'inno nazionale, il Presidente della Repubblica, il Milite Ignoto. Nelle celebrazioni ufficiali le autorità si danno appuntamento presso quest'ultimo che rappresenta il sacrificio per gli ideali della Patria e per il nostro benessere presente - e svolgono i loro rituali. Quando presidente e bandiera s'incontrano, si inchinano l'uno verso l'altra, reciprocamente. Le altre autorità salutano la bandiera ma non ricevono risposta, perché sono di rango inferiore. Bandiera e Presidente, in virtù della loro rappresentanza suprema, godono anche della tutela della legge penale. Ne sa qualcosa Umberto Bossi, che più volte se l'è presa con il tricolore e che all'allora presidente Napolitano ha dato del «terùn»: condannato.

All'Altare della Patria rendono omaggio anche i Capi di Stato e di governo stranieri in visita ufficiale. La prassi vuole che prima dell'inno di Mameli sia eseguito l'inno dell'ospite. Quando si presentò il presidente della Slovacchia, da poco autonoma, la banda suonò per sbaglio l'inno sloveno. Terminata l'esecuzione, l'ospite domandò incuriosito: che cos'era quest'aria orecchiabile? L'addetto militare, fulmineo, rispose: «Una marcia d'accoglienza per i Paesi amici». Sgrelli confida di andare orgoglioso principalmente di due cose, nella sua carriera: «Ho definito l'ordine delle precedenze e ho fatto introdurre la parola emerito per gli ex presidenti della Repubblica». L'ordine delle precedenze è il decreto in base al quale si dispongono le autorità nelle occasioni formali. Il testo in vigore risaliva al 1950, redatto da Giulio Andreotti per il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. «Allora Andreotti si attirò un sacco di malumori, perché nessuno vuol essere preceduto da un altro: e la stessa sorte toccò a me, nel 2006. Fu un minuzioso lavoro d'incastro, ma è sempre impossibile accontentare tutti». E ricorda gli strilli di un ministro come Giovanni Spadolini, irascibile e vanitoso, quando a una cerimonia si vide precedere da un cardinale. «Non fu facile spiegargli che la regola era contenuta nei Patti Lateranensi».
La parola emerito ha una piccola storia. «Francesco Cossiga, non più presidente ma sempre mattiniero, mi telefonava spessissimo a ore antelucane insistendo per non essere chiamato ex; diceva che gli dava l'idea del cibo scaduto e mi sollecitava una soluzione. Pensai a lungo e poi gli proposi l'appellativo emerito, che gli piacque. Per rispetto istituzionale mi recai anche dagli altri due presidenti non più in carica. Oscar Luigi Scalfaro apparve del tutto soddisfatto, ma Giovanni Leone assolutamente no: da napoletano sosteneva che emerito precedeva delle parolacce, emerito cretino, emerito imbroglione... Non se ne fece nulla. Riproposi, alla francese, la parola anziano, che Cossiga bocciò subito. Sa come finì? Morì Leone, la parola emerito fu subito adottata e io mi liberai delle telefonate di Cossiga...».

Commenti

titina

Mer, 14/11/2018 - 11:30

Non credo che i politici di oggi sarebbero buoni allievi