"Ho un solo talento: vivere nella realtà e nell'immaginazione"

A quasi 80 anni l'autore di "Il nuovo sesso: cowgirl" pubblica un volume di ricordi "L'origine di molti problemi planetari è il narcisismo. Degli scrittori soprattutto"

Ognuno ha le proprie ossessioni. Tom Robbins ama il 23, numero la cui cabala intriga anche parecchi giocatori d'azzardo. Non è che gli porti fortuna. Dice solo che quando vede il 23 - qualsiasi cosa significhi per un visionario di professione come lui il verbo «vedere» - può accadergli qualsiasi cosa, nel bene e nel male. Tanto la vera nemesi la vive ogni giorno: il visionario di Seattle da anni ha male agli occhi, sempre. A volte quando scrive troppo. A volte semplicemente quando guarda.

Ora in Italia Baldini&Castoldi riporta in libreria il suo classico, quello da cui Gus Van Sant trasse il capolavoro iconico di Uma Thurman che sfoggia l'indimenticabile pollice enorme con cui fa l'autostop da Manhattan al Dakota: Il nuovo sesso: cowgirl (pagg. 522, euro 14, traduzione di Hilia Brinis). E in America lui, alle soglie degli ottanta e di questa bizzarra cecità, sforna un'autobiografia «laterale», Tibetan Peach Pie , in cui ci piacerebbe svelasse nei dettagli i «dietro le quinte» dell'infanzia tra i predicatori battisti, il servizio nell'Air Force come docente di meteorologia per le truppe in guerra in Sud Corea, l'espulsione dal college per tentata rapina con falsa pistola in una banca o le reazioni del direttore ai suoi contributi sul giornale del college medesimo. Visto che il direttore del giornale era Tom Wolfe. Lui invece li disegna, quei momenti. E poi li glossa. Chi vuol capire, capisce.

Un'autobiografia non sarà troppo realistica per un fantasista come lei?

« Tibetan Peach Pie non è un'autobiografia. È un memoir . C'è una bella differenza. L'autobiografia è la presentazione fattuale della storia personale dell'autore. Il memoir , lo dice la parola, è una lista di ricordi. E anche se ci aspettiamo tutti che quei ricordi siano accurati, il memorialista non è tenuto a condurre le estenuanti ricerche del biografo. Questo libro in sostanza è ottima narrativa composta dalle storie assolutamente vere che ho raccontato negli anni alle donne della mia vita. Mia moglie, le mie sorelle, la mia assistente, la mia insegnante di yoga, la mia allenatrice, la mia agente e tutte le altre. Loro hanno tanto insistito perché le scrivessi che alla fine le ho buttate giù».

Il sottotitolo dice «Vero resoconto di una vita d'immaginazione». Ha scoperto che cos'è, l'immaginazione?

«Se ho ricevuto un grande talento, nella vita, è stato quello di vivere allo stesso tempo nel mondo reale e in quello immaginario. Pochissimi adulti hanno questa abilità e ormai sempre meno bambini. È una benedizione - o una maledizione - degli dèi. Permette di vedere tutto attraverso la lente della poesia, del realismo magico, e tuttavia di rimanere sani di mente. L'immaginazione ci distingue dagli altri animali ed è ciò che manca ai ladri e agli assassini. Altrimenti troverebbero soluzioni migliori».

Di Cowgirl che memoir ha?

«Ricordi del tutto contemporanei. Anche se la prima volta fu pubblicato nel 1976, non solo continua a vendere bene, ma io continuo a ricevere lettere da donne che mi dicono che quel romanzo ha loro cambiato la vita. Occasionalmente, queste donne riescono a scovare la strada di casa mia e me le ritrovo davanti alla porta (fortunatamente non a cavallo). Anche gli uomini, ancora oggi, reagiscono bene a quel libro. Anche se non gli viene voglia di prendermi tra le braccia. Ma forse è così che deve andare: le femmine vogliono abbracciarmi, i maschi pagarmi una birra».

Laggiù, al confine immaginativo da cui ci parla, che si dice dell'autofiction?

«La madre di molti problemi planetari oggi è l'ego narcisistico. Se l'autofiction è il prodotto di questo ego, merita di essere presa a sputi o ignorata. D'altro canto, noi scriviamo sempre autoritratti, è dura evitarlo. In Cowgirl c'è un personaggio che si chiama Dottor Robbins, ma è basato su un mio amico, non su di me. Il mio amico aveva paura che io usassi il suo nome nel romanzo, così l'ho chiamato come me per fargli vedere che non aveva ragione di temere. Ma in generale tutti i miei personaggi sono frutto d'immaginazione».

Quindi lei non vive come scrive?

«Certi aspetti del mio stile sono visibili in come mi vesto e arredo casa. Ma se dovessi comportarmi in pubblico come scrivo, mi arresterebbero. Sulla pagina sono fiammeggiante. Nella vita, pacifico e introverso. Spesso i maschi che posano da scrittori si ubriacano e fanno buchi nel muro a forza di pugni. Ma è solo perché non hanno imparato a prendere a pugni la pagina per far irrompere la meraviglia».

Quindi alla fine che cos'è lo stile?

«Nella scrittura, è la riflessione verbale dei colori interiori. Uno scrittore la cui voce interiore sia pallida e ordinaria, i cui intimi ritmi siano semplici e prevedibili, produrrà libri senza stile. Ma un libro senza stile è come un cigno senza piume: l'ennesimo pollo spennato».

Web 2.0, ebook, tecnologia: hanno cambiato anche il suo, di modo di scrivere?

«Scrivo su un blocco giallo, di quelli che si solito usano gli avvocati. Alla fine, la mia assistente trasferisce il manoscritto sul mio computer. Il che è utile, non dico di no. Ma non ha contribuito per nulla al mio vero, e misterioso, processo creativo. In Don Chisciotte , Cervantes scrisse: “La penna è la lingua dell'anima”. Ecco, io non riesco proprio a immaginarlo mentre dice: “L'iPad è la lingua dell'anima”».

Chi è la sua musa?

«Ne parlo spesso, ma non l'ho mai vista né sentita parlare. Vive su una stella lontana e comunica con il mio cervello in un codice segreto che né Cia né Interpol possono decifrare».

Lei ha scritto anche libri per bambini. Come si fa?

«Basta ridurre e rifinire il vocabolario ed evitare il sesso. I bambini sono in realtà molto interessati al sesso. Ma è che mancano della necessaria esperienza per capire quali aspetti si celino dietro i suoi crudi meccanismi e non possono sentirne sulla pagina il vero calore. In compenso, siccome sono più vicino all'Altro Mondo, accettano storie e idee che la maggior parte degli adulti rigetta come impossibile».

Il romanzo più bizzarro che abbia mai letto o scritto?

«Non esistono romanzi abbastanza bizzarri. Casomai sono i critici ad essere strani. Anzi, corregga: bizzarre sono le religioni. E le idee politiche».

Che cosa le ha insegnato l'età?

«Che l'atteggiamento è tutto e noi ci prendiamo davvero troppo, troppo, troppo sul serio».

Che cosa le ha insegnato la scrittura?

«Che le parole in se stesse sono spesso più importanti delle idee, scene o immagini che vogliono rappresentare».

Età e scrittura lottano dentro di lei?

«Le mie visioni con l'età migliorano, la mia vista peggiora».

Però continua a scrivere.

«Mi sono preso un anno sabbatico. Ma continuo a leggere. E tra gli scrittori preferisco gli audaci ai cauti, i poetici ai prosaici, gli immaginifici ai realisti, gli ottimisti ai tetri, i comici ai sobri e gli erotici ai casti. Quindi in America non c'è niente che mi interessi. Rileggo Blaise Cendrars e Calvino».

Commenti
Ritratto di Dario Maggiulli

Dario Maggiulli

Lun, 30/03/2015 - 11:19

Cara Stefania Vitulli, sono una persona educata, ma il mio 'bon ton' va a farsi friggere, (essendo Ariete), davanti ad una stesura giornalistica come la sua. A parte il lacunoso uso della punteggiatura, ho fatto fatica ad associare il personaggio, a me non familiare, a Tom Robbins, scritto soltanto all'inizio, una sola volta, ed in corsivo. Nel lungo periodare dell'intervista, si procede senza capire chi era il suo intervistatore. Sarebbe stata anche gradita l'ambientazione dell'incontro, con le sue circostanziali caratteristiche. Praticamente, una frittata sbattuta in faccia al lettore. Forse è la nuova deontologia che imperversa, ma confesso che mi è indigesta. Ho dovuto ricorrere a Wikipedia per saperne di più. -11,19 - 30.3.2015