Houellebecq all'ultima spiaggia

La conoscenza? Insignificante. L'universo? Corre verso il vuoto. Ecco le poesie depresse dello scrittore

Michel Houellebecq

Qualche mese fa ha confessato che il motivo per cui dopo dieci anni è tornato alla poesia è che il romanzo costa troppa fatica. Non lo ha abbandonato. Semplicemente forse voleva riposarsi un po'. Ecco perché il 17 aprile in Francia esce Configuration du dernier rivage (Flammarion, pagg. 100, euro 15, Bompiani lo pubblicherà il prossimo anno) dello scrittore francese Michel Houellebecq, premio Goncourt 2010 per il suo ultimo romanzo, La carta e il territorio (Bompiani).
È un volumetto smilzo ed elegante, perfetto in questa primavera per le borsette delle parigine e per le tasche in velluto degli intellò. Sulla fascettona riporta una foto in bianco e nero di sabbie e dune «lunari» opera dello stesso Houellebecq: sarà quella dernier rivage, l'ultima spiaggia di cui si dà appunto configurazione nella raccolta. O sarà la «distesa grigia» che dà il titolo alla prima delle cinque parti dell'opera (ma in francese «grise» significa anche che intossica, che stordisce). Le altre sono intitolate in modo altrettanto houellebecquiano: «Weekend lungo in zona 6»; «Memorie di un pene»; «I paraggi del vuoto»; «Plateau». La sua raccomandazione è quella di non cercare una narrazione: a differenza del romanzo, qui un vero ordine in cui leggere non c'è.
L'autore di Le particelle elementari (ma «H.», come lo chiamano i francesi, è anche cantante e paroliere, non dimenticatelo quando leggerete le sue poesie) ha già avuto modo di definire questi versi come «piccoli poemi desolati» e a una prima lettura quel che resta appiccicato all'anima è proprio un senso di alienazione («Un sole freddo, quasi livido rischiarava debole Madrid mentre la mia vita si dissociava»; ma anche «Sparita la fede... abitiamo l'assenza») distribuito così uniformemente su ogni aspetto dell'esistenza - amore, sesso, sofferenza, natura, ricordi, infanzia, adolescenza, intimità, iniziazioni, solitudine - da rendere vano ogni tentativo della luce di penetrarne le trame soffocanti. La cifra depressiva insomma permane, anche se si affaccia «in mezzo al tempo, la possibilità di un'isola».
I versi non sono stati scritti tutti insieme, anzi, nella raccolta Houellebecq ha inserito anche poesie scritte molto tempo fa. Tuttavia per la maggior parte si tratta di poesie nuove, composte a Parigi o durante il suo più volte narrato viaggio in auto attraverso la Francia, o in Irlanda, dove ha soggiornato a lungo, o in Spagna, dove si trovava - completamente e volontariamente isolato - quando lo aspettavano in Nord Europa per promuovere il romanzo.
I versi sono brevi, perlopiù in rima, la lunghezza delle poesie variabile. La presenza di aforismi isolabili dal contesto è tale che wikiquote ne farà la sua nuova miniera: H. non crede alla reincarnazione, o piuttosto non vuole saperlo; la conoscenza sarebbe incapace di portare sofferenza: essa si rivela invece insignificante; «L'universo ha la forma di un semicerchio che si muove con regolarità in direzione del vuoto». Ci sono un paio di «odi», Absences de durée limitée e HMT, divise in più parti e della durata di qualche pagina, alcune contaminazioni con lo stile diaristico e alcune poesie, fulminanti e caustiche, che non superano i quattro versi, specie in «Memorie di un pene».
Questa parte è senza dubbio la più curiosa, ma anche la più prevedibilmente inserita nella narrazione di un autore che non ha mai disdegnato esplicite scene di sesso nelle sue opere. Il pene di H. parla in prima persona, è affranto, deluso, da sé quanto dallo sfiorire di occasioni eccitatorie. Le adolescenti e i loro lati B, per cui ha sempre vissuto, sono ormai insufficienti a stordirlo fino a fargli dimenticare la morte. E il pene descrive l'uomo: interessato solo a farsi succhiare, per più ore al giorno, da donne le più belle possibile. Al di là di questo, si interessa solo di questioni tecniche. Quando non si hanno più erezioni, spiega il pene in versi che ricordano Philip Larkin e le sue Finestre alte (Einaudi), tutto diventa opzionale, restano solo piaghe e sofferenze ad affliggere il corpo. Eppure, è proprio in quel momento che tutto diventa «d'un sol colpo più reale».

Commenti

WoodstockSon

Dom, 14/04/2013 - 11:05

l'Universo che corre verso il vuoto...sarà un Goncourt, ma anche un bel pessimista... lui che guarda la bellissima donna che gli succhia il pene, lo vedo come se stesse fissando dove corre ad infilarsi l'Universo. Alla ricerca della bellezza pura non si rende conto di quale sia la vera bellezza e dove stia la vera pace.

WoodstockSon

Dom, 14/04/2013 - 11:18

Alcuni non dovrebbero affatto interessarsi dell'Universo, non capendolo. La poesia è un'arte terrestre, provinciale, racchiusa nei confini di questo pianeta e dei suoi abitanti. E ancora troppo distante dal capire quale sia il vero infinito, dove la poesia non occorre crearla, perchè vive. Guardate le facce degli astronomi abituati ai telescopi. Visi distesi, sorridono sempre, come di chi la felicità è abituato a vederla e viverla, lontana dagli scarabocchi mentali umani.