I comunisti alla conquista della Luna

da Londra

Ci sono i modelli originali dello Sputnik del 1957 e quello della capsula che, nel 1963, riportò a casa sana e salva Valentina Tereshkova, la prima donna ad affrontare i grandi silenzi dello spazio. E poi ci sono gli straordinari disegni e i progetti pionieristici di Konstantin Tsiolkovsky che, nel 1933, disegnò e descrisse le passeggiate sulla Luna e la vita in orbita priva di gravità, trent'anni prima che queste esperienze diventassero realtà. Ma, soprattutto, c'è tutta la storia dei programmi spaziali russi, tenuti segreti fino al 1989, in «Cosmonauts: Birth of the Space Age», la mostra che apre oggi al Museo delle Scienze di Londra. Decine di artefatti, disegni, fotografie, mai usciti prima dall'ex Unione Sovietica. Grazie a decenni di lavoro, nell'era del comunismo, l'ingegneristica sovietica manda sulla Luna e nello spazio il primo uomo, la prima donna, addirittura il primo cane. Quest'esposizione, unica nel suo genere, è in primo luogo un tributo a queste persone e agli studiosi che hanno reso possibile le loro conquiste. «Cosmonauts» offre inoltre per la prima volta l'opportunità di conoscere e apprezzare un pezzo di storia moderna mai raccontata finora in Occidente e - cosa ancor più sorprendente - lo fa anche attraverso le testimonianze dirette di alcuni protagonisti, famosissimi in patria, praticamente sconosciuti oltreconfine. Come Alexei Leonov, l'astronauta che fu il primo uomo a camminare nello spazio. È stato questo signore affabile di ormai 81 anni a presentare la mostra alla stampa e a raccontare l'emozione della sua incredibile avventura, avvenuta cinquant'anni fa, il 18 marzo del 1965. Pochi ricorderanno il suo nome, pochissimi sapevano di quello che accadde subito dopo che la radio russa annunciò la sua prima passeggiata nello spazio. Perché quel giorno, mentre il leader sovietico Leonid Brezhnev faceva sapere a Leonov di essere «orgoglioso di lui insieme a tutti i membri del Politburo», lassù, in quel silenzio bellissimo e terribile, Alexei rischiò di morire intrappolato in una tuta spaziale inadatta. Contravvenendo alle regole, affrontò ogni ostacolo autonomamente, ben sapendo che nessuno, da Terra, sarebbe stato in grado di aiutarlo. Si salvò, ma anche il rientro fu un miracolo. Lui e il suo compagno d'avventura Pavel Belyayev, atterrarono, invece che nel campo previsto, nelle foreste degli Urali. Quando aprirono la navicella, i due si ritrovarono in una landa sommersa dalla neve, piena di lupi e orsi, difficile da raggiungere. Ancora una volta, Leonov lanciò in alfabeto Morse il messaggio: «Tutto come previsto, tutto ok». E i soccorritori giunsero in tempo.