I Cristeros massacrati dallo Stato laico

«Il governo ci sta prendendo tutto: il mais, i pascoli, gli animali e, come se non fosse abbastanza, vogliono che viviamo come bestie, senza religione e senza Dio». Questa lamentela di campesino spiega perché i cattolici messicani (cioè, tutto il popolo) nel 1926 decisero di prendere le armi (caso più unico che raro nella storia contemporanea) e combattere per la libertà religiosa in nome di Cristo Re, la cui festa era stata istituita da Pio XI l'anno prima. Così, l'insurrezione fu chiamata «Cristiada» e loro «Cristeros». Un esercito di ben 50mila uomini, addestrati e inquadrati da generali professionisti, fino al 1929 tenne in scacco i governativi e arrivò a costituire uno stato nello Stato. Poi intervenne la diplomazia internazionale e il Papa, dopo ben tre encicliche sul caso Messico, si piegò al compromesso per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Fu un errore. I Cristeros, pur vittoriosi, deposero le armi e per i dieci anni seguenti subirono la mattanza vendicativa del governo, che li stanò uno a uno e li massacrò. Un film dello scorso anno, Cristiada, megaproduzione hollywoodiana, ripercorre questa storia che pochi conoscono. Con Andy Garcia (nei panni del generale cristero Gorostieta), Eva Longoria e Peter O'Toole. Non ancora distribuito in Italia, bisogna leggere il nuovo libro, documentatissimo, di Mario A. Iannaccone Cristiada. L'epopea dei Cristeros in Messico (Lindau, pagg. 368, euro 26).
In sintesi: nel 1917 il Messico ebbe una Costituzione improntata a un laicismo esasperato, un mix di giacobinismo massonico e leninismo. Finché governò Porfirio Díaz fu applicata con mano di velluto. Che divenne pugno di ferro quando salì al potere Plutarco Elías Calles, un fissato della «modernizzazione» tramite sradicamento del cattolicesimo. In realtà il laicato cattolico messicano era tra i più avanzati applicatori della Rerum novarum con sindacati, scuole, leghe operaie, patronati, associazioni di mutuo soccorso, cooperative. Ma Calles, che lo stesso ambasciatore americano descriveva come fanatico, espulse i vescovi e i preti che non si piegavano (cioè, tutti) al progetto di una chiesa «patriottica» (come oggi in Cina) obbediente a lui e non a Roma. Sospeso il culto in tutto il Paese, i cattolici si organizzarono per boicottare i prodotti di Stato (tabacchi, teatri, ferrovie, banche). Ma cominciarono le fucilazioni, le impiccagioni, gli arresti arbitrari. E la parola passò alle armi. I governativi non facevano prigionieri e non distinguevano tra combattenti e civili, donne e bambini (la Chiesa ha beatificato molti di questi martiri, alcuni di soli dieci anni). Anzi, con anticipo rispetto all'Urss, crearono i campi di concentramento. E i cattolici messicani divennero una «chiesa del silenzio» ante litteram, coi preti clandestini (John Ford nel 1947 ci fece un film, La croce di fuoco, con Henry Fonda). Migliaia di donne, inquadrate nelle Brigate Giovanna D'Arco, procuravano le munizioni nascondendole sotto gli abiti. Scoperte, facevano una fine atroce. Ma tutto il popolo stava coi Cristeros, fornendo assistenza e supporto logistico. Così, Calles fu costretto a rivolgersi agli Usa. Ne ebbe armi e mezzi in cambio (al solito) di concessioni petrolifere.
La guerra civile costò ai cattolici 300mila morti, tra caduti sul campo o per via delle repressioni indiscriminate. Ma per tre anni solo il Nord fu veramente sotto il controllo governativo. Non solo. L'armata cristera avrebbe sicuramente vinto la partita se l'episcopato in esilio non le avesse ordinato di deporre le armi. I cattolici obbedirono e si fidarono degli accordi, «Arreglos», tra governo e vescovi. Accordi che il governo si guardò bene dal rispettare, tanto che ancora nel 1979, a mezzo secolo di distanza, Giovanni Paolo II in visita in Messico (primo Papa nella storia) veniva accolto come «signor Wojtyla», visto che in quel Paese i preti potevano circolare solo in borghese e governava da sempre il Partito Rivoluzionario Istituzionale (sic), quello della Costituzione del 1917.