I manager cattivi invadono i romanzi Ma sono caricature

Qualche anno fa si scriveva solo di precari, ora la moda prescrive i finanzieri ladri. I conti (letterari) però non sempre tornano...

Eccolo di nuovo, il trader cattivo (da non confondersi con il cattivo trader). Proprio come il lupo di Cappuccetto Rosso si fa un pelo nuovo, ma non perde i vizi: lusso, modelle, cocaina, puttane. Dopo quasi trent'anni che il personaggio non cambia, il sospetto di demonizzazione o - peggio se si tratta di letteratura - di cliché, pare lecito. Vero è che lo stereotipo del bastardo senza scrupoli che in nome del dio denaro - «Il denaro non dorme mai» era il titolo epigrafe del sequel post-crisi di Wall Street di Oliver Stone - lascia dietro di sé una scia di morti e feriti, reali o psicosomatici, funziona sempre. E allora perché rischiare di «sgonfiare» la vena d'oro del trash economico-finanziario?
«Ciò che sinceramente mi auguro è che il racconto della mia vita possa servire da monito tanto ai ricchi quanto ai poveri; a chiunque viva con un cucchiaino nel naso e un cocktail di pillole disciolte nello stomaco; o a qualsiasi persona accetti un dono di Dio e ne faccia cattivo uso; a chiunque decida di passare al lato oscuro del potere e vivere una vita di sfrenato edonismo. E a chiunque pensi che sia affascinante essere conosciuto come un Lupo di Wall Street». Così Jordan Belfort racconta se stesso nell'autobiografia (Rizzoli) da cui Scorsese ha tratto Il lupo di Wall Street nelle sale il 23 gennaio prossimo, con Leonardo Di Caprio nel ruolo dell'ex multimilionario della spericolata compagnia di intermediazione finanziaria Stratton Oakmont.
«La pesca al salmone in Islanda. Una settimana di sogno pagata da SELFfin a pochi selezionatissimi clienti. Istruttore personale il giorno, chef di fama in cucina e camerieri impeccabili a servire la cena. Il paradiso. Finché non scopro che sono sotto media per salmoni pescati. È un colpo tremendo. Tento subito di recuperare. Non ci riesco. Non vedo più nulla di quell'eden, conto solo i pesci a fine giornata e odio un norvegese che ne prende il quadruplo di me». Questa è la voce di Giovanni Breni, manager senza vita privata e votato alla carriera che, chiuso in un albergo di lusso a Miami, fa il bilancio delle proprie azioni esistenziali: matrimonio, figli, amante sono tutti rapporti falliti, mentre la terra desolata della performance è pronta a inghiottirlo. Breni è il protagonista de La mutazione (Barney edizioni, in uscita il 30 gennaio) scritto da Sebastiano Nata, anch'egli manager top level di una multinazionale. Lupi o squali, sempre animali sembrano. Animali che nel cervello hanno solo la gara: essere il migliore, fare i profitti più alti.
Il fascino del Male che si incarna in doppiopetto è irresistibile per il pubblico che nulla ne sa: sarà per questo che almeno dal 1987 si sfornano stereotipi a ciclo continuo, calchi di quell'immortale Gordon Gekko che ha condotto borsa, banche e aziende quotate a fasti hollywoodiani da epopea western: «Quel tipo di uomo di finanza o di manager è davvero un cliché, una caricatura: la finanza oggi non è più quella. Il gioco è a non apparire, ad essere asciutti, meritocratici, attenti. Non c'è gente che abbia successo in finanza e che non abbia una charity che serva a sdebitarci per i soldi che facciamo con questo mestiere» commenta Guido Maria Brera, cofondatore di Kairos, uno dei nomi illustri del mondo finanziario che compare nei ringraziamenti del Premio Strega Resistere non serve a niente (Rizzoli), secondo alcuni ispiratore della figura del protagonista Tommaso e oggi in pista di lancio con un romanzo tutto suo, I diavoli (sempre Rizzoli), protagonista, un trader in crisi.
«La generazione degli operatori 2.0 è evoluta: guarda alla matematica e darne un giudizio etico è difficile. Per chi lavora in finanza oggi prendere aereo privato o motorino è indifferente, lo show off è finito. Puoi guadagnare trenta milioni di dollari l'anno e stare in metrò con lo zainetto, cocaina e modelle sono “consumati” solo dai sottoprodotti del mondo finanziario».
Prima i precari, ora i manager cattivi: dai cinici magnati brianzoli de Il capitale umano di Paolo Virzì a quelli di un paio di anni fa della Wall Street del crollo 2008 in Margin Call di Chandor, un filone di lupi cattivi che pare inarrestabile. «Le persone disoneste ci sono dappertutto. Ma la macchina del capitalismo è così potente e veloce che, se guidata da bastardi, fa comunque danni» chiosa Nata, pseudonimo di Gaetano Carboni. «I manager si chiedono di continuo: “Dove mi devo fermare?”, ma sanno che massimizzare il profitto è la loro missione. La devastazione finanziaria li ha costretti a esami di coscienza, a modificare gli stili di vita. Ma chi descrive la finanza come una mafia, come accade nel romanzo di Siti, parla di cose che non conosce, scritte perché gliele ha raccontate qualcun altro. Se hai potere e denaro non c'è bisogno di rompere le regole: sono già fatte su misura per te».