Nulla sarà come prima. La rivolta dei Beat

I viaggi, il sesso, le discussioni. Ma riletto oggi, "Sulla strada" di Kerouac si rivela cupo

da Parigi

Il nomadismo della Beat Generation, fenomeno artistico-esistenziale che ora il Centre Pompidou celebra con questa mostra sontuosa e un po' agiografica (Beat Generation. New York, San Francisco, Paris, fino al 3 ottobre, a cura di Philippe-Alain Michaud, catalogo illustrato, pagg. 300, euro 44,90), fu all'insegna del «non contate su di noi»... Si attraversava l'America per fuggirla, non interessava conoscerla né averci a che fare: «L'importante è andare, non importa dove»...

On the Road, Sulla strada, che di quel movimento fu un po' il simbolo, uscì negli Stati Uniti nel 1957 e il suo autore, Jack Kerouac, aveva allora 35 anni. Aveva esordito non ancora trentenne con un romanzo, The Town and the City, di impronta tradizionale, un lirismo alla Thomas Wolfe, ben accolto dalla critica, ma che aveva messo in crisi il suo autore: non era questo quello che voleva, non era questo quello che cercava... Sette anni dopo, quando uscì il libro che gli diede la fama, era dunque giovane per modo di dire, se i... Dietro Kerouac c'era invece una storia e un'esperienza, una ricerca, degli approfondimenti: non inseguiva un genere, non cercava di inserirsi in un filone di successo. Il genere, al contrario, lo inaugurò lui, e il successo che ne derivò paradossalmente lo inguaiò più di quanto lo ricompensò. Scrisse ancora, certo, e un altro paio di titoli, I vagabondi del Dharma e Big Sur, ne fanno uno scrittore di tutto rispetto, ma la sua ansia di assoluto divenne misticismo, la sua passione per l'alcol si trasformò in cronica ubriachezza, la popolarità in paranoia, l'essere un outsider in una moda. Morì infelice, la vena creativa andata in pappa.

Per il sedicenne che ero all'epoca della mia prima lettura, Sulla strada (Oscar Mondadori del 1967, volume doppio, lire 500, che reca scritto 65° migliaio, tante fino allora erano state le copie vendute in Italia dalla sua uscita, nel 1959) fu una fascinazione di cui ancora adesso ho un distinto ricordo. Questo vagabondare su e giù per gli States, da est a ovest, con ogni mezzo possibile, le discussioni infinite e fumose, la felicità e la promiscuità sessuale, i lavori trovati e persi, le jam session e le bevute, il più completo e assoluto disinteresse verso tutto quello che di una società borghese è la massima espressione, un posto fisso, uno stipendio, una casa, una famiglia... Qui ci si sposava, si divorziava, nascevano figli, si abbandonavano mogli, ma, come dire, non c'era mai cattiveria oppure calcolo, non c'erano vittime e quindi carnefici, l'impressione era sempre e comunque di un'enorme energia positiva, una sorta di sicurezza interiore che quella fosse la cosa giusta, che il vivere, errare, cadere, trionfare, ricreare la vita dalla vita fosse l'unica possibilità offerta a chi veniva dopo una catastrofe bellica, l'esplosione della bomba atomica e l'impossibilità e/o tentazione di un ritorno all'ordine come se nulla prima fosse accaduto.

A riprenderlo oggi fra le mani, l'effetto di una rilettura è singolare, perché il primo elemento che salta agli occhi è invece quello di una cupa disperazione. La sterminata America di allora doveva essere un luogo avvilente a viverci: isolamento, chiusura sociale, mancanza di legami familiari, nessuna realtà intermedia fra città e campagna, paesi che non erano tali, ma solo agglomerati di case, un fortissimo senso di precarietà, imponenti barriere sociali fra garantiti e non garantiti. Il secondo elemento riguarda il tipo di bohème presente nel romanzo. Per quanto molti dei protagonisti vengano dal riformatorio o siano stati in prigione, sono più il frutto di un sistema che non di un'attitudine a delinquere: sono figli di padri alcolizzati, di madri che li hanno abbandonati, ladruncoli per fame, per caso, cani perduti senza collare per i quali il correzionale o l'istituto di pena è una sorta di succedaneo familiare, il modo più sbrigativo che lo Stato ha per sorvegliarli e in qualche modo renderli innocui. Divenuti grandi, vedono l'ordine pubblico come un nemico, ma ne hanno paura, lo subiscono. Tutto il libro è attraversato da poliziotti che inseguono e multano questi viaggiatori indefessi e spericolati, posti di polizia dove vengono interrogati, ed è palpabile la paura di essere sbattuti dentro, e quindi l'atteggiamento comunque deferente, comunque ossequioso. È un odio che non esplode mai, perché c'è la consapevolezza che dall'altra parte la reazione sarebbe spietata, tolleranza zero, nessuna possibilità di sgarrare. Non sorprende che il momento più felice sia quello in cui Sal Paradise e Dean Moriarty, i due eroi del romanzo, arrivano in Messico, il loro sud del mondo, dove tutto sembra avere un volto umano, persino la polizia, e ogni cosa è rilassata e la gentilezza è a portata di mano...

Infine, terzo e ultimo elemento, «il desolato stillicidio del diventar vecchi» con cui si chiude il romanzo, è nel tempo la vera chiave interpretativa di Sulla strada, molto di più del patetico e ostinato vitalismo che lo percorre. «Il vecchio Moriarty», il padre vagabondo e ubriacone del giovane Dean, forse morto, forse ancora vivo e di cui il figlio forse va in cerca, ma in realtà non vuole ritrovare, non è altro che l'immagine speculare di ciò che sarà quest'ultimo in un futuro per lui più o meno prossimo, l'unica certezza, purtroppo, al termine della strada.

Jack Kerouac morì nel 1969 che aveva appena 47 anni, era famoso da non più di un decennio, era ormai perdutamente alcolizzato, ma la mostra, grazie a foto, documenti, interviste, ricostruisce anche che cosa quel movimento in cui egli ebbe grande parte fu veramente, prima cioè che la fama ne trasformasse in oggetti di culto, santini laici dell'anticonformismo, gli altri suoi protagonisti, Allen Ginsberg, William Burrough, Gregory Corso... Così, ecco assemblati i tasselli di una bohème studentesca fatta di tutto e di niente, dove il futuro grande poeta Ginsberg è ancora e semplicemente un ragazzino di diciassette anni «che sfoggiava grandi orecchie alla Charlie Chaplin. Mi ricordava un arabo, con quei capelli untuosi e gli occhi umidi, uno che cercava la compassione degli altri». Una bohème anche tragica, perché in quel gruppo ci scapperà il morto, un insegnante trentenne incapricciatosi di un giovane amico di Jack Kerouac e di Edie Parker, la sua futura moglie, e da quell'amico ucciso a coltellate: omicidio nel quale lo stesso Kerouac verrà implicato, avendo aiutato a far sparire l'arma del delitto, e per il quale finirà in galera.

Conosciutisi tramite un amico comune, Jack e Edie si innamorarono a prima vista e decisero di andare a vivere insieme, dividendo un appartamento con Joan Adams, una amica di Edie. In seguito Joan avrebbe sposato William Burroughs, l'uomo che nel 1946 l'aveva tirata fuori dal reparto psichiatrico di un ospedale dove era stata rinchiusa per problemi di droga e che cinque anni dopo l'avrebbe uccisa senza volerlo. Erano «fatti» entrambi, Joan si mise una mela sulla testa e incitò William a fare con la pistola quello che Guglielmo Tell aveva fatto con l'arco. Il proiettile le centrò la fronte. Burroughs cominciò a scrivere dopo quella morte, fra un soggiorno in Africa e uno in Europa...

Droga, alcol, promiscuità... E però assieme a un attaccamento viscerale alla famiglia, un pudore nei costumi che spingeva a regolare le unioni piuttosto che a viverle liberamente, la presenza di figure materne castratrici più o meno affettuose che la dice lunga sul perché di una insoddisfazione generazionale che spesso e volentieri significò una vera e propria distruzione dell'io nell'incapacità e/o impossibilità di recidere il cordone ombelicale dell'indipendenza...