"Illmitz", il paese dove nacque la Tamaro scrittrice

Esce soltanto ora il primo romanzo dell'autrice di Va' dove ti porta il cuore. Datato 1982, venne snobbato dagli editori

È un enigma irrisolto la motivazione per cui, quando fu scritto da una allora sconosciuta ventitreenne di nome Susanna Tamaro, questo rarefatto romanzo di formazione fu cortesemente rifiutato da una lunga serie di prestigiosi editori. Non che all'epoca, correva il 1982, dominassero pregiudizio o ostilità nei confronti dei giovani esordienti, tutt'altro. Ne debuttarono a iosa, senza che dopo la prima prova ne seguissero altre di confortanti. Nel caso in questione, ben presto sarebbe arrivato Va' dove ti porta il cuore, 15 milioni di copie vendute in tutto il mondo, il più grande caso editoriale italiano del dopoguerra. E dunque c'è da chiedersi quali criteri sovrintendano ai verdetti dei nostri sapienti editori, inappellabili uomini del monte.
Il tema non è di poco conto e non va archiviato con la più classica delle alzate di spalle, in quanto, senza un'adeguata autocritica, risulterà improbo redimersi. Claudio Magris, che di quello scritto inopinatamente accantonato fu primo e convinto sponsor, è tuttora stupito: «Ebbi tutte risposte negative, ma del resto non sono quasi mai riuscito a far pubblicare qualcosa», ricorda lo scrittore, conterraneo dell'autrice. «Di Illmitz mi aveva colpito la secchezza, la forza dello stile, la capacità di far parlare gli oggetti, lo scenario di svuotamento, ma terso e cristallino, che traspare, quella sorta di corsa verso la morte, senza patetismo o drammaticità, che si respira. Non c'è sbavatura, mai niente di eccessivo... Va' dove ti porta il cuore ebbe uno straordinario successo, anche se poeticamente non regge il confronto con Illmitz».
Allora vien da chiedersi se, appurata la cifra letteraria dell'opera, non risieda proprio nel contenuto la ragione del diniego generalizzato. Illmitz (Bompiani, pagg. 126, euro 14) significa «limite». E forse non sarà un azzardo supporre che il mistero del «gran rifiuto» si addensi proprio attorno a tale questione. Riflettere sul limite, sull'idea di impotenza e di ripiegamento che pervade tutto il racconto forse non era ciò di cui erano alla ricerca i promotori della narrativa nostrana in un tempo in cui il Paese usciva dalla cupezza degli anni '70 e voleva affacciarsi al futuro con la spinta dell'ottimismo e del piglio dei vincenti.
Illmitz è un paese remoto al confine tra Austria e Ungheria, «soffocato dalla prepotenza degli Stati della Zona Orientale», affacciato su un lago tranquillo dove, in un tempo che appare sospeso, gli anziani si ritrovano a fumare sulla panchina della piazza, gli hotel si chiamano ancora locande e in tabaccheria si vendono le cartoline. Jiri, un venticinquenne munito di sacca militare, lo raggiunge a bordo di una corriera: in fuga dalla propria casa romana, dal vicino Angelo soprannominato Frankenstein a causa della grave malattia psichica che lo affligge, dalla fidanzata Cecilia con cui intrattiene un rapporto che appare un surrogato di quello materno, dalla perdita della madre che, in realtà, non turba particolarmente anche gli altri due fratelli, Michele e Agnese.
Finalmente solo, il protagonista può fare i conti con il proprio malessere e la propria inquietudine indistinta. Niente di drammaticamente conclamato, solo la tendenza al margine, all'estraneità, una timidezza goffa, un vago rifiuto a tuffarsi nelle pieghe della vita e della quotidianità. Illmitz diviene il posto della ricerca di sé e delle proprie radici, il luogo dell'anima dove Jiri conosce la locandiera, i vecchi del paese, i bambini dello scuolabus, i turisti festanti della domenica, un fotografo naturalista. Ma in realtà non incontra veramente nessuno. Perché, nella linea d'ombra tra l'esistere e il fantasticare - «sono soltanto un vile macinasogni» - l'anima del protagonista rimane avviluppata in una ricerca confusa, nella contemplazione della natura che sola si offre come realtà accogliente e da scoprire ad un tempo, nella vivacità della memoria delle persone lontane. Soprattutto Cecilia e Agnese, la sorella morta attraversando la strada ad occhi chiusi per mettere alla prova il proprio angelo custode.
Era il 1982, ma già allora, in queste pagine percorse da un'assoluta spontaneità narrativa conservata senza revisioni nella pubblicazione odierna, comparivano buona parte dei temi della letteratura successiva della Tamaro. L'inquietudine e la ricerca fin dentro la psicologia più scarna dell'essere. La problematicità dei rapporti anche con le persone care. La curiosità per la natura. Una certa idea «clandestina» e fieramente marginale dell'esistere. Infine, alcuni personaggi. Come la madre morta giovane. E la sorella cultrice di enciclopedie e amante di uccelli pesci acque e canneti, nella quale si possono riconoscere molti tratti della stessa autrice.

Commenti

nonna.mi

Sab, 22/02/2014 - 10:39

Ho appena finito di leggere "Ogni angelo è tremendo": indubbiamente Susanna Tamaro ha il dono di saper scrivere e rappresentare l'ambiente in cui ha vissuto e continua ad essere suo, in modo molto efficace e apparentemente con semplicità.Ha quella caratteristica letteraria, di pochi, di coinvolgere il lettore nell'ambiente, che lei descrive, con una forza attrattiva molto forte non sempre addolcendo la sensibilità nostra anzi rilevando la crudezza delle situazioni.Non consiglio la lettura di questo suo profondo libro a chi ha già dei problemi propri di delusione sulla famiglia che indubbiamente può essere negativa come quella che è capitata a Lei. Questo bel libro può aumentare la debolezza dei nostri dubbi invece che darci la Speranza senza la quale noi tutti viviamo male.Myriam