Imperatori bizantini e barbari nel romanzo storico "La porpora e il sangue"

Presentato a Roma il secondo libro sull'Impero d'Oriente e d'Occidente di Stefano Vincenzi. Sarà a Milano il 23 novembre e a Firenze il 28

Si chiama «La porpora e il sangue» (Luni Ed.) il secondo romanzo storico di Stefano Vincenzi, che è stato presentato in questi giorni al Circolo Parioli di Roma. In programma già altri appuntamenti: il 23 novembre a Milano, il 28 a Firenze, poi a Cagliari in data da definirsi. Il volume, che segue «Verso Costantinopoli» del 2008, richiama nel titolo il vessillo bizantino di porpora e oro e il sangue delle tante battaglie dell'epoca che racconta. É il nuovo appuntamento con quella che appare come una saga di grandi famiglie dell'epoca bizantina, dai Lecapeno ai Foca, in un quadro storico in cui ogni dettaglio è stato studiato con meticolosa cura e reso con estrema fedeltà ai documenti, un quadro in cui il vero si accorda perfettamente con il verisimile.
«Da ragazzo ho studiato la storia del Medio Evo - ha spiegato Vincenzi- in modo confuso e non convincente, almeno per una parte, tutta incentrata su Italia e Francia. Alla fine del libro una frase chiudeva i capitoli: nel 1453 è caduta Costantinopoli. Poi è iniziato il Rinascimento. Ma perchè, come l'Impero è crollato, mi sono chiesto? Questo lato oscuro mi ha sempre intrigato e appassionato. Mi hanno raccontato la storia degli amanuensi, ma non ho creduto che la cultura classica e la civiltà potessero essere salvati e tramandati solo dagli operosi benedettini.Più tardi mi sono reso conto che la storia la scrivono sempre i vincitori. E nella storiografia cristiana, l'unica dell'Occidente, i bizantini sono diventati sempre di più brutti e cattivi. Perchè il vincitore è buono, gestisce la storia. Credo che la relativa oscurità in Occidente del periodo tra il 600 e l'anno Mille sia in gran parte dovuta alla perdita della scrittura, con l'esclusione di poche eccellenze legate al vero difensore della cultura in quel periodo, la Chiesa. Ma la lotta epocale tra Chiesa Cattolica e Ortodossa è stata una delle cause della caduta dell'Impero romano d'Oriente. E la storia di quest' Impero e della sua civiltà ha subito una sorta di damnatio nominis».
Vincenzi è un dirigente di Mediobanca e nella sua professione si occupa di finanza, ma la sua passione per la storia bizantina fa rivivere nel romanzo imperatori d'Oriente e d'Occidente, ambiziose regine e tenaci principesse, valorosi veterani di guerra, duchi barbari e coraggiosi cavalieri.

Quello che è evidente in «La porpora e il sangue», con ancora maggiore intensità espressiva che nel romanzo precedente, è la sua visione eroica di quest'epoca, la sua ammirazione per le figure centrali della storia, la sua volontà di far emergere dalle pieghe di un mondo poco indagato dagli esperti, personaggi animati da una concezione del valore, dell'onore, del coraggio, dell'appartenenza ad una grande civiltà, che oggi sembrano lontani ma che vorrebbe ancora attuali. L'autore dipinge un grande affresco dai colori a volte cupi a volte vivaci e immerge il lettore in un'atmosfera fatta di forti passioni e anche di freddi calcoli, di odio e di amore, di sete di potere e di volontà di sopraffazione. Forse, è nella ricostruzione incalzante delle grandi battaglie, come quella di Lechfeld tra Germanici e Ungari, che la forza espressiva del romanzo appare più riuscita. Come nel lungo, logorante assedio dei Sassoni alla città di Bari fedele ai bizantini.Il libro entra sottilmente in congiure e intrighi di Palazzo, in trattative politiche tra le corti d'Oriente e d'Occidente in cui i re si affidano alla diplomazia di vescovi e abati. E la fantasia dell'autore ha sempre una solida base storica e una razionale sistemazione letteraria. In «Verso Costantinopoli» la narrazione aveva al centro la capitale d'Oriente, mentre in «Il sangue e la porpora» si svolge su due livelli, in scenari lontani ma intrecciati indissolubilmente, l'uno lo specchio dell'altro. Entrambi la prova dell'inevitabile confronto-scontro con lo Straniero.
Uno straniero ben diverso da quello che nei tempi della classicità l'Impero della Grande Roma riusciva ad assimilare e inglobare, estendendo le sue regole e le sue norme, contagiando i popoli conquistati con l'orgoglio dell'appartenenza alla forza che portava la civiltà nel mondo.
Nell'epoca bizantina, l'Impero sia in Oriente che in Occidente ha il suo collante nella «Vera fede» ma si trova di fronte uno straniero portatore di una propria tradizione, che al potere imperiale si contrappone portando ad uno scontro tra diverse civiltà.
Come racconta il libro, proprio un barbaro cresciuto nel mito della Grande Roma, diventerà il sovrano più potente delle terre d'Europa, riunendo tre quarti dell'Italia sotto il suo dominio e si farà incoronare dal Papa Imperatore d'Occidente.
Ma tutto inizia a Costantinopoli, primo piano della narrazione. Nella capitale orientale l'Impero cerca di difendere la sua supremazia dagli attacchi delle orde di barbari che lo accerchiano ed è impegnato contro i Bulgari nei Balcani, contro i Rush sul Mar Caspio, contro gli infedeli dell'Islam, gli Arabi in Siria, ma senza avere più la forza coesiva e la fiducia nei grandi valori di una volta.
E' qui che seguiamo la storia dell'ascetico Imperatore Niceforo II, «La Pallida Morte dei Saraceni», «Il terrore dell'islam» , «Il flagello di Dio».Qui conosciamo le trame della Basilissa Teofano, che passa dal letto di un Imperatore all'altro e strumentalizza i suoi amanti, valorosi generali o semplici soldati che siano, per mantenere il suo potere e custodire il trono per i suoi figli.Qui scopriamo la misteriosa figura di Johannes, che custodisce un segreto e diventerà tutore e maestro d'armi dei principi. Intorno, si muove tutta la corte, gli eroici combattenti e i traditori .

L'altro scenario è quello delle regioni d'Italia, da Pavia nel Settentrione nelle mani dei Longobardi al sud, dove Bari deve difendersi dalle minacce saracene ma anche dalle mire espansionistiche dei Sassoni. Un re germanico arriva ad estendere i suoi domini e a sfruttare la dissoluta debolezza del Papato fino ad ottenere che sia proprio il pontefice a mettergli in capo la corona dell'Impero d'Occidente che fu di Carlo Magno, in cambio della liberazione dai Longobardi.É Ottone, nobile sassone convertito che alla guida dei suoi guerrieri e con al fianco la regina borgognona Adelaide, incarna il l'orgoglio e le ambizioni di un popolo giovane che vuol far rinascere con nuovo vigore il decadente Impero.
Qui conosciamo anche personaggi come l'eroico patrizio Eugenio, che difende con i suoi soldati la città di Bari dagli assalti sassoni e il contorto Adalberto, il duca longobardo nato in Italia.
Le vicende in Oriente e in Occidente si intersecano, la storia viene filtrata dal carattere e dalle gesta dei protagonisti.Ogni personaggio ne illumina un altro, di cui è l'antagonista. Ed è sempre dal confronto che emerge il quadro complesso di questo periodo storico.Si tratta di un romanzo di eroi, ma anche di un romanzo corale che dalle gesta dei grandi allarga lo sguardo ai tanti personaggi delle corti e delle arene belliche, dei conventi e dei palazzi vescovili.
L'autore utilizza un linguaggio in cui la fedeltà storica si rivela anche nell'uso ostinato dei termini greco-latini. L'Imperatore Romano d'Oriente è sempre il Basileus, i principi sono Porfirogeniti perchè nati nella stanza di porfiro rosso del Gran Palazzo di Costantinopoli, il comandante militare è lo Stratega, l'abate è l'Archimandrita, il consigliere del re il Parakoimenos, l'Impero è l'Oicumene cristiano. Vincenzi non vuole volgarizzare, modernizzare, ma evocare l'epoca antica anche dando un volto e un'anima alli termini antichi.