«Imponente, sociale, ambizioso Ecco l’unico romanzo possibile»

Come tutti i veri conservatori, Rick Moody non ha paura di essere definito tale: «So che è reazionario amare il libro fisico, ma mi rassicura. Non ho interesse a passare alla storia della letteratura, solo ad avere ottimi standard di composizione. La concentrazione sugli standard mi fa sentire felice di essere vivo». Classe 1961, Hiram Frederick Moody III, autore di Tempesta di ghiaccio, Rosso Americano, Diviners e ora di Le quattro dita della morte (in uscita domani per Bompiani, pagg. 912, euro 21,50, in presentazione alla Milanesiana oggi, ore 12, Sala Buzzati), amico intimo di David Foster Wallace e di quella banda di scrittori che sta facendo la storia della letteratura americana contemporanea - Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen, Mary Karr, Mark Costello, Donald Antrim -, in genere amato dalla critica, ha le idee chiare sulla tradizione letteraria. Quando la Paris Review gli ha chiesto quali scuole di pensiero lo ispirino, ha risposto: «La nozione modernista che tutto è possibile, quella postmodernista che tutto è andato in pezzi, quella post-postmodernista che siccome tutto è andato in pezzi, possiamo permetterci tutto». Quindi ha creato lo scrittore frustrato Montese Crandall, protagonista del suo ultimo romanzo, che nel 2025 si mantiene a malapena con il commercio di figurine rare, per cui quando vince a scacchi la possibilità di romanzare il remake di La mano strisciante, classico horror del ’63, è convinto che si tratti della grande opportunità di dimostrare alla moglie malata il suo vero talento letterario.
Chi è davvero Montese Crandall?
«Intende se è una persona reale? I miei personaggi sono sempre persone reali. Di Montese posso dire che è ciò che vedo: uno scrittore, fisicamente non bello, vive nel deserto ed è tutto contrito dalla sofferenza».
Potrebbe esistere oggi?
«Il 2025 del romanzo è oggi».
E se lo incontrassimo, come lo riconosceremmo?
«In lui c’è qualcosa di ogni scrittore che non sia stato pubblicato nei Paesi occidentali. Inoltre, uno scrittore fallito somiglia molto a un normale essere umano che non riesce a esprimersi molto bene con il linguaggio».
Non sembra corrispondere a Rick Moody.
«Io nel libro non sono lo scrittore. Sono lo scimpanzé parlante».
Nel 2025 lo scrittore ha ancora un ruolo sociale?
«Mi piace pensarlo, perché ammiro il ruolo che hanno avuto Milton o Dante nel discorso pubblico. Ma non credo che oggi i lettori siano legati ai loro autori come lo erano un tempo. Quindi non credo che il valore pubblico che do alle mie opere venga percepito come tale dai lettori».
Sente di avere un ruolo politico?
«Politicamente parlando, negli Stati Uniti gli scrittori non hanno nessun ruolo. Penso sia importante per l’establishment politico degli Stati Uniti cercare di marginalizzare politicamente gli scrittori. Tendono ad avere istinti progressisti e i potenziali effetti di queste loro idee vanno smussati».
Effetti evidenti solo nel comportamento o anche nelle opere?
«Per me la rivoluzione è prima di tutto stilistica, formale, non di contenuti. I contenuti sono transitivi. Ma appena cominci anche solo a pensare questa cosa, nella cultura americana diventi subito un elitario. Dobbiamo educare le persone, non abbassare il livello del nostro lavoro letterario».
Esiste ancora un establishment letterario? Scrittori, editori, critici che possano determinare la direzione culturale di un’epoca?
«Negli Stati Uniti l’influenza dipende dal numero di copie vendute. In Europa, l’establishment letterario è fatto di un centinaio di persone. Tutti si conoscono, sanno chi è questo e quello, a Roma e a Milano. L’essere in pochi vi fa sentire questa fierezza verso il mondo esterno che da noi, sparpagliati in un continente, non esiste, perché l’unico legante è l’aspetto mercantile».
Un romanzo di 900 pagine e con una trama intricatissima. C’è un messaggio che come scrittore lancia con la sua complessità?
«L’attenzione nel tempo è fondamentale: sta attento all’opera che scrivi e che leggi, mettici impegno. In cambio otterrai attenzione dall’opera e aumenterai il senso di impegno verso il mondo».
Se fa un giro in libreria in Italia, vedrà che gli ultimi titoli della maggior parte degli autori più venduti non superano le 150 pagine.
«La brevità porta solo alla brevità».
Com’è arrivato a pagina 900?
«Amore per il singolo paragrafo».
Momenti di sconforto?
«A tre quarti del libro ho pensato: “Ma perché uno dovrebbe leggerlo?”».
E come ha risolto?
«Ho smesso di pensarci. Mi interessa più la continuità dell’opera che il risultato».