«Incido sulla pelle la saggezza dei nostri anziani»

Storie sulla pelle è l'ultimo libro di Nicolai Lilin (Einaudi € 19) che non parla di guerra ma della grande passione per i tatuaggi, suo codice narrativo e immaginifico prima di diventare scrittore. È un interessante mix stilistico tra romanzo verità e reportage in attesa dell'uscita, a inizio 2013, del film di Gabriele Salvatores tratto da Educazione siberiana.
La storia del tatuaggio si lega alla tradizione antica della Siberia, con un codice molto particolare di riti e simboli.
«Per entrare nel mondo degli anziani, per capire il loro modo di vedere e valutare la realtà, dovevo poter conoscere, capire e interpretare le loro tradizioni. La ritualità, l'esoterismo e la simbologia mi attirano da sempre, peraltro».
Particolare è la figura del nonno, custode del passato e dei suoi segreti. Che cosa ha rappresentato nel tuo passaggio da bambino a ragazzo a uomo?
«Il nonno contiene un riassunto di molte persone anziane che ho conosciuto e che hanno contribuito alla mia formazione. Per me erano un punto di riferimento, una via sicura da seguire in quel periodo di caos e disordine che stavamo vivendo. Ogni cosa buona che ho in questa vita la devo a loro».
Il protagonista di «Storie sulla pelle» è il corpo, vera e propria mappa dell'esistente dove ogni centimetro rappresenta un universo.
«Sulla mia pelle porto molte storie, ma non sono un esempio della tradizione. Con la scomparsa dei miei vecchi anche il modo di interpretare i loro tatuaggi è cambiato, per questo mi piace pensare che i tatuaggi che ho addosso siano una specie di epitaffio».
Da ragazzo nell'ex URSS scegliere la cultura alternativa (tatuaggio, rock, bande giovanili) era l'unica possibilità di resistere alle devastazioni del comunismo. È lo stesso spirito ribelle che muove il tuo personaggio?
«La ribellione era l'azione fondamentale della mia esistenza. Non accettavo le regole che non consideravo oneste, il sistema sovietico non mi piaceva perché non volevo essere uguale agli altri per forza, non volevo andare contro la mia natura, né sacrificare la mia serenità e la mia libertà. Esistevano molti modi di contestare il regime comunista, che però con l'arrivo del consumismo sono diventati cliché inanimati. Io da sempre cercavo di essere me stesso, di seguire la mia ragione. Forse anche per questo ho scelto il mondo degli anziani, sentivo che stava scomparendo, perché ero sicuro che non sarebbe sopravvissuto nella nuova visione della società, radicato in valori incomprensibili per la gente moderna».
Oggi il tatuaggio va di moda, è uno status symbol. Che differenza c'è tra la tua concezione e quella frivola, forse banale, del contemporaneo?
«Essere tatuatore significa seguire una vocazione spirituale; io tatuo seguendo le regole, trasformando le storie delle persone nei simboli che mi suggerisce la tradizione. C'è un rito di iniziazione nell'incidere la pelle e lo spirito. Oggi ci sono molti artisti che si muovono in modo sobrio ed equilibrato, però non manca chi si macchia la pelle senza un perché, con la stessa leggerezza e spirito teppista con cui si scrivono parolacce sul muro di una chiesa. Un comportamento che non posso approvare».