Gli intellettuali in politica? Profeti, filosofi o «tecnici»

Più o meno nello stesso periodo in cui in Francia - a seguito dell'affaire Dreyfus e del J'accuse di Émile Zola in difesa del capitano francese accusato di spionaggio - si discuteva sul rapporto fra politica e cultura, in Italia una piccola rivista letteraria fiorentina, Il Marzocco, promosse un'inchiesta sullo stesso tema. Chiese ai più celebri letterati se fosse confacente a uno scrittore prender parte alla politica. Le risposte furono le più varie. Giovanni Pascoli se la cavò con una battuta: «Volete dedicarvi alla politica? Fate pure. Intanto non cambierete mestiere: dal non far nulla passerete al non far niente affatto». Il poeta napoletano Salvatore Di Giacomo non fu da meno: «Il Parlamento è invero un'accademia. Ma quale?». Ci furono però altri, a cominciare da Enrico Corradini, futuro leader del movimento nazionalista, i quali sottolinearono l'importanza di abbandonare la torre d'avorio della cultura per scendere nell'agone politico. In effetti, da quel momento in poi, nel tornante che segna il passaggio dall'ottimistica ma declinante Belle Époque allo scoppio della Grande Guerra, la figura dell'intellettuale militante divenne familiare agli italiani. Nacquero riviste impegnate in politica, da Leonardo a Il Regno, da Hermes a La Voce e via dicendo. L'intellettuale diventò protagonista della vita del Paese. E tale sarebbe rimasto.
Agli intellettuali italiani del '900 uno storico francese, Frédéric Attal, ha dedicato un denso volume, Histoire des intellectuels italiens au XX siècle. Prophètes, philosophes et experts (Les Belles Lettres, Paris, pagg. 774, euro 35): vi sono censiti più di cinquecento intellettuali (o presunti tali) da Papini e Prezzolini fino a Galli della Loggia e Flores d'Arcais, passando per Croce, Gentile, Moravia, Pasolini, Bobbio, Fo e via dicendo. Per l'autore gli intellettuali, nel tentativo di forgiare una «cultura nazionale» e nuove élites, hanno incontrato e cavalcato tutte le passioni e le ideologie politiche: nazionalismo e fascismo, comunismo e liberalismo, cattolicesimo e socialismo. Lo hanno fatto indossando la veste del profeta o del filosofo o del tecnico. Il profeta appare soprattutto nei momenti di crisi, come la Grande Guerra o la stagione della strategia della tensione. Il filosofo coesiste, soprattutto nella prima metà del secolo, con il profeta, ma cerca di dare al proprio progetto «interventista» un più elevato livello di sistematicità. Il tecnico, infine, è l'intellettuale dominante soprattutto nel secondo dopoguerra, a seguito del successo delle «scienze sociali», sociologia e politologia, mutuate dalla cultura anglosassone.
Come accade per tutti i tentativi di scrivere la storia sulla base di paradigmi classificatori, il lavoro di Attal, per quanto ricco di informazioni, finisce per non essere del tutto convincente. L'autore adotta, giustamente, un criterio cronologico in base a cui individua tre fasi: il momento della nascita dell'intellettuale impegnato nel primo quindicennio del secolo; la stagione del fascismo e dell'antifascismo; il secondo dopoguerra. La fecondità di questo approccio risulta in parte ridimensionata proprio dalla rigidità dello schema. La storia degli intellettuali, prima ancora di essere storia di individui, è storia di idee e ideologie contrapposte. Spesso, non è solo storia nazionale. Per esempio, alle origini della fervida stagione del primo '900 ci sono, per un verso la reazione contro l'accademismo classicheggiante e, per altro verso, le influenze delle nuove dottrine estetiche, filosofiche e politiche dilaganti nell'Europa. Durante il fascismo non c'è solo la cultura idealistica, di matrice gentiliana, contrastata dal fortino crociano e dal «rivoluzionarismo liberale» di Gobetti: c'è anche una cultura antigentiliana. Operano intellettuali come Giuseppe Rensi, un autore che Attal neppure menziona, giunto alla Filosofia dell'autorità (e, in seguito, all'antifascismo) attraverso lo scetticismo e il relativismo frutto di una lettura della Grande Guerra come fallimento filosofico dell'idealismo.
La parte più interessante del libro è relativa al secondo dopoguerra perché mette in luce la presenza dell'egemonia comunista sulla cultura italiana, sottolineando il peso degli storici, da Delio Cantimori a Paolo Spriano. Non mi sembra però che colga appieno il motivo per cui il marxismo ha avuto un così grande successo. La verità è che la diffusione della cultura marxista in Italia nell'immediato dopoguerra fu il contraltare della crisi della cultura liberale e il risultato della combinazione del giacobinismo rivoluzionario comunista con il moralismo azionista sotto l'ombrello protettore del mito dell'antifascismo e di quello dell'«unità della Resistenza» a guida comunista. L'egemonia continuò dopo la rivelazione dei crimini di Stalin da parte di Kruscev e la repressione della rivolta d'Ungheria del '56, pur se questi eventi provocarono una diaspora di intellettuali dalle file comuniste: Domenico Settembrini, Luciano Cafagna, Antonio Giolitti, Renzo De Felice e via dicendo.
Quanto alla cultura cattolica, l'attenzione è polarizzata soprattutto sul dossettismo e sul cattocomunismo di Rodano, mentre manca una riflessione sul peso e sul significato della critica di Augusto Del Noce al «neomodernismo»: una critica che, maturata negli anni del Concilio Vaticano II, riconduce il progressismo cattolico alla grande crisi di valori iniziata nell'Europa degli anni Trenta. Pure l'analisi della cultura liberale lascia a desiderare. Attal ignora il contributo di idee e proposte legato alla rivista Biblioteca della Libertà o all'impegno di intellettuali come Bruno Leoni o Sergio Ricossa, che hanno favorito la conoscenza di Friedrick von Hayek, o come Antonio Martino, il quale ha fatto circolare le teorie di Milton Friedman, o, ancora, come Dario Antiseri, il quale ha reso popolari le posizioni epistemologiche di Karl Popper. Non emergono, insomma, i tentativi di rinnovamento della tradizione liberale italiana attraverso le discussioni sul «mercato» e sul superamento della questione liberismo-liberalismo o attraverso la diffusione degli autori della cosiddetta «scuola austriaca» o, infine, attraverso la riscoperta del liberalismo di Raymond Aron. Emerge, invece, anche se Attal tenta di attenuarla con un punto interrogativo, l'idea che il «berlusconismo» equivalga alla «morte degli intellettuali»: che è, poi, un altro modo per ribadire il concetto secondo cui l'intellettualità deve essere sempre a sinistra.