Kenzaburo Oe, il patto col Diavolo della scrittura

Ogni opera di Kenzaburo Oe è un'autobiografia definitiva. Quindi, ogni suo libro è una delle sue molte vite. Ma ogni suo libro (e dunque ogni sua vita) contiene quelli precedenti. Come strati geologici, si sovrappongono l'uno all'altro, ma se soltanto l'ultimo diventa il terreno calpestabile dal lettore, tutti gli altri lo sorreggono e lo giustificano. In ogni romanzo, Oe fa i conti con se stesso, e sono conti senza sconti, alla luce del sole di una scrittura cruda, impietosa.
Premio Nobel nel '94, Oe è simmetrico e contrario all'altro premio Nobel giapponese, Yasunari Kawabata, incoronato dall'Accademia reale di Svezia nel '68, appena quattro anni prima che il maestro di Osaka se ne andasse per sempre, recando un bagaglio di sublime tristezza, nel paese delle nevi, a innamorarsi di una geisha... Kawabata è il Giappone custode delle proprie tradizioni e del proprio reticente isolamento ammantato di cerimonie e silenzi, mentre Oe è il Giappone insoddisfatto delle proprie debolezze e della propria modernizzazione, sconvolto dalle guerre e dalle urla; Kawabata è il Giappone dell'estetica soggettiva, mentre Oe è il Giappone della critica oggettiva. A marcare la radicale differenza è persino il titolo del discorso pronunciato da Oe a Stoccolma in occasione della consegna del riconoscimento: «Il Giappone, l'ambiguità e io» del tormentato Kenzaburo è infatti l'esatto contraltare a «Il Giappone, la bellezza e io» dell'etereo Yasunari. Insomma, essendo la storia del Sol Levante comunemente suddivisa in periodi, dallo Jomon che copre circa quattordicimila anni prima di Cristo all'attuale Heisei che inizia nel 1989 con l'ascesa al trono dell'odierno imperatore Akihito, potremmo dire che la sua storia letteraria del secondo Novecento e dell'inizio del Terzo Millennio si scompone nel «periodo Kawabata» e nel «periodo Oe».
E il passaggio agli anni Duemila, nell'arcipelago narrativo nipponico, è racchiuso, più che in La vergine eterna del 2007, in Il bambino scambiato del 2000, ora edito, come molti altri dell'autore classe '35, da Garzanti (pagg. 438, euro 24, traduzione di Gianluca Coci). Ancora una volta, i fantasmi del passato sono le fondamenta delle inquietudini del presente. I fili conduttori sono cavi d'acciaio avvolti dal possente argano della memoria: anzitutto l'esperienza lacerante di un figlio autistico (nella vita reale è Hikari, divenuto peraltro stimatissimo compositore, qui è l'epilettico Akari e in Un'esperienza personale, datato '64, è un neonato con una mostruosa ernia cerebrale che sul finire del libro si rivelata però un tumore benigno); poi la grande cesura del secolo, vale a dire la seconda guerra mondiale con la conseguente... sorveglianza statunitense di stanza a Okinawa, quel Grande Fratello a stelle e strisce venuto a tener d'occhio i colpi di coda dei tetragoni nazionalisti; e ancora la presenza costante della cultura occidentale, dalle poesie di Rimbaud al Tom Sawyer di Twain fino ai libri illustrati di Maurice Sendak, uno dei quali, Outside Over There, sarà la chiave che aprirà l'ultima porta della storia, quella che dà sulla stanza segreta della moglie del Narratore, cioè della moglie di Oe medesimo... Del resto il Narratore, l'alter ego di Oe, si chiama Kogito, e «funziona» proprio come il cogito cartesiano, dando ragione del sum, dell'essere.
L'evento che genera la pubblica confessione di Kogito, scrittore con tanto di Nobel in bacheca ma dal successo ultimamente impolverato a causa della sua resistenza alle nuove mode espressive, è il suicidio del suo più caro amico, il cineasta Goro. Con lui Kogito ha frequentato il liceo, con lui ha partecipato alla preparazione di un «incidente» (così in Giappone si chiamano gli atti di rivolta estrema, votati all'autodistruzione, come quello in cui morì un altro gigante del Novecento letterario, Yukio Mishima) volto a sfregiare il ghigno arrogante degli americani, con lui ha condiviso gli anni della maturazione. Kogito ha inoltre sposato la sorella di Goro, ed è proprio lei, Chikashi, ad annunciargli la drammatica morte.
Una morte che tuttavia diventa rinascita. Il lascito del bello e brillante Goro a uso esclusivo del brutto e introverso Kogito consiste in un mucchio di audiocassette nelle quali il defunto ha lasciato detto tutto di sé. Oe, quindi, narra narrando l'immersione di Kogito nel testamento di Goro. E sarà proprio tentando di disintossicarsi dalla dipendenza dalla voce dell'altro che il Nostro autore-raccontatore troverà ulteriore impulso alla simbiosi postuma. Durante la «quarantena» di cento giorni a Berlino, per tenere dei corsi all'Università Libera, emergono le tracce di una ragazza, l'ultima donna che fu vicina a Goro in occasione di un Festival del cinema. L'affascinante Ura rivela a Chikashi il suo dolce eppure terribile segreto. Potrà un nuovo, innocente essere, purificare l'esistenza di chi resta dalle violenze delle bombe atomiche e della yakuza? Potrà essere quello il bambino da «scambiare» con l'eterno bambino che è ogni Artista? E fra Kogito e Goro, a chi tocca la parte di Adrian Leverkühn e a chi quella di Serenus Zeitblom? Del resto, chiunque crei, sia Mann, o Marlowe o Oe, è un Doctor Faustus.