"L'astronomo Leopardi parla al cuore della scienza"

Carlo Rovelli: "L'emozione di fronte a ciò che è sconfinato avvicina l'arte alla scienza"

Prima di innamorarsi delle scogliere di Marsiglia e dei romanzi di Jean-Claude Izzo (quando si è trasferito in Francia a dirigere il gruppo di ricerca di gravità quantistica), Carlo Rovelli era già innamorato della filosofia (specialmente di Anassimandro) e di Leopardi. Del resto è anche per la poesia con cui racconta la scienza che i suoi libri sono diventati dei bestseller. Come le Sette brevi lezioni di fisica.

Professor Rovelli, l'universo è finito o infinito?

«Non lo sappiamo. Sappiamo che è molto grande. Vediamo galassie che probabilmente sono a miliardi di anni luce da noi e abbiamo buona evidenza indiretta che l'universo sia almeno dieci volte più grande di così. Si tratta di dimensioni spaventosamente grandi. Ma non sappiamo se oltre a ciò l'universo continui all'infinito».

Secondo lei?

«Io personalmente ritengo molto plausibile che l'universo non sia infinito. Che sia impressionantemente grande, ma finito».

Esistono anche infiniti universi, come immaginò Giordano Bruno nel '500?

«Anche questo non lo sappiamo. Io suppongo di no. Giordano Bruno ha avuto il merito di comprendere che l'universo è molto più grande di quanto si pensasse prevalentemente a suo tempo. Però bisogna sempre stare attenti a cosa si intende per infinito: spesso noi usiamo infinito per dire molto più grande di quanto pensassimo».

«Interminati spazi» e «sovrumani silenzi»: uno scienziato sente una sintonia con questi versi?

«Certo, tantissimo. È l'esperienza comune di qualunque studente che inizi a studiare astronomia, a studiare il cielo, e si senta sopraffatto dalla sua vastità. Leopardi stesso ha studiato a fondo l'astronomia, prima di scrivere questi suoi straordinari versi. L'emozione dello sconfinato di cui parla è proprio l'emozione di chiunque studi il cielo, che lui ha certo provato studiando il cielo, e che è alla radice di tantissime passioni scientifiche: è il fascino di ciò che non conosciamo, l'andare verso uno sconfinato ignoto».

Leopardi era a sua volta un naturalista. Infatti ha scritto anche una Storia dell'astronomia. A 15 anni.

«Io sono stato pazzamente innamorato dei versi di Leopardi, durante la mia adolescenza e la mia prima giovinezza, come molti altri ragazzi. Leopardi parla al cuore, c'è una profonda sincerità nei suoi versi: non vuole compromessi, non vuole farsi abbindolare da favole o credenze, cerca la verità, e questo è ciò che più brucia nel cuore di tanti giovani. La sua Storia dell'astronomia è un testo lungo, estremamente erudito, che a prima vista sembra arido. Sembra strano che un ragazzo così giovane non solo abbia raccolto così tanto sapere, ma si sia anche imbarcato in un'operazione intellettuale così complessa e apparentemente fredda».

Non è così?

«A ben vedere è il contrario: per Leopardi tutta la Storia dell'astronomia è una ribellione contro il mondo gretto, conservatore e chiuso di suo padre. Leopardi vive la scienza come un percorso di liberazione dalle superstizioni. Ha molto sofferto per questa ribellione. La siepe oltre la quale non vede è anche il vasto mondo dove vuole andare, scappando dalla chiusura soffocante in cui si sente prigioniero».

È successo anche a lei?

«Io ho avuto più fortuna di lui: mio padre non mi ha tolto il passaporto, come ha fatto il padre di Leopardi la prima volta che lui ha cercato di partire. Ho potuto saltare quella siepe, andare a vedere, correre verso l'infinito. Ma ovviamente poi ci sono sempre altre siepi, altri limiti, altri mondi irraggiungibili, e l'ansia di sapere e andare non finisce mai. E per questo il canto di Leopardi alla fine continua a parlare al nostro cuore».

L'infinito è spaziale, temporale o entrambi?

«Esattamente come Leopardi ci racconta nella sua poesia, l'identica domanda si pone sia per l'infinità dello spazio, sia per l'infinità del tempo. E la risposta è la stessa: non lo sappiamo».

Se l'universo ha avuto un inizio, con il Big Bang, può essere davvero infinito?

«Come ho accennato, io non credo che l'universo sia infinito. Penso, senza esserne certo, che sia finito nello spazio e nel tempo. Può essere nato in quello che chiamiamo il Big Bang, cioè il grande scoppio di 14 miliardi di anni fa, da cui sono emerse poi le galassie che vediamo. O, più probabilmente, credo, può essere nato molto prima. Ma non penso che il tempo sia davvero infinito. A me sembra che l'infinito sia troppo grande per poter esistere».

Perché è un concetto che ci affascina così tanto?

«Perché alla fine, come aveva capito per primo Aristotele, la migliore definizione di infinito è quella che lui chiamava in potenza: i numeri per esempio sono infiniti non perché possiamo scrivere infiniti numeri - non possiamo - ma perché, per tanti che ne scriviamo, possiamo sempre scriverne altri. Quindi la nozione di infinito rimanda a un'apertura, alla mancanza di un limite. Ed è questa apertura che ci affascina: in noi è connaturata la curiosità, la voglia di guardare dove ancora non abbiamo guardato. La nozione di infinito è come un richiamo continuo e inesauribile a qualcosa di ancora non raggiunto. Ad andare oltre la siepe».

Che cos'è per lei «l'ultimo orizzonte»?

«È il prossimo orizzonte. Poi ce ne sarà un altro».

Che cosa pensa, quando pensa all'infinito?

«A mille cose. Dipende. Per esempio a Leopardi. O alla matematica di Cantor. Ma preferisco pensare al finito...»