Lauzun, le avventure del Casanova armato

Nel 1759, dodicenne, entrava in reggimento, a 15 anni aveva le sue "favorite", a 46 fu ghigliottinato. Ecco le memorie del pupillo di Maria Antonietta, un rivoluzionario di corte

Allo Chateaubriand che, ragazzo, lo aveva scorto nell'accampamento di Saint-Malo mentre si preparava l'invasione, poi rientrata, dell'isola di Jersey, il duca di Lauzun, «in abito da ussaro, al gran galoppo su un cavallo berbero», apparve come «uno di quegli uomini con cui finiva un mondo». Era il simbolo di una certa Franca, aristocratica e cortigiana, in cui l'arte di dissipare una gran fortuna si univa all'arte della seduzione, alla «servitù militare» come unica professione possibile, all'idea che niente le fosse impedito e nessuno, tranne il proprio sovrano, le potesse dare ordini. Era la fine dell'aristocrazia come si era andata formando nel corso dei secoli: le qualità che ne avevano permesso l'ascesa erano degenerate nei privilegi con cui si era mantenuta al potere, e ora andavano a spegnersi nell'«età della vanità» dopo la quale nulla di quello che era stato sarebbe più tornato.

Nato nel 1747, il duca di Lauzun (Armand-Louis de Gontaut Biron) a 12 anni era entrato nel reggimento della Guardia francese di cui, per volontà del sovrano, gli veniva garantita la successione nel comando; a quindici anni aveva già le sue favorite; a venti faceva già la guerra. «Il giorno sotto il fuoco nemico e la sera a cena con la mia amante! Era questo il genere che mi si confaceva di più». Coraggioso, romanzesco, generoso, sentimentale, brillante senza essere colto, frivolo nei gusti, convinto che nelle burrasche politiche, ovvero nelle guerre interne di corte, il talento servisse a poco e il carattere a tutto, Lauzun fu il grande favorito di Maria Antonietta e il sognatore di impossibili alleanze con la Russia, ufficiale nella conquista del Senegal e uomo di fiducia di George Washington nella guerra d'indipendenza americana che mandò a picco le finanze della Francia.

Le sue Memorie, che ora Castelevecchi pubblica con il titolo Avventure d'amore e di guerra (pagg. 232, euro 17,50, traduzione di Edoardo Restivo) danno della Francia del suo tempo il ritratto di una nazione dove l'intrigo è sovrano, il senso dell'onore nefasto nel suo guidare ogni azione, il tratto è sempre e comunque elegante, nelle questioni sentimentali come nelle questioni politiche. Ci si odia con le dovuta forme, ci si ama tenendo presente l'etichetta. «Non voglio essere la vostra schiava, ma sarei molto addolorata di non essere più la vostra amante», dice a Lauzun Lady Barrymore, una delle sue grandi passioni. «Monsieur de Lauzun informa il procuratore di Madame de Lauzun che questi è, prima di tutto, un impertinente, poi che non sa quello che dice, e che, per farla finita con lui, acconsente di tutto cuore a quel che potrà convenire a madame de Lauzun, qualunque cosa possa essere» è la sua replica a chi ne teme le capacità dissipatorie in famiglia.

Spira dalle pagine lo sprezzo per le cose ordinarie e una sorta di vertigine vitalistica, come se ogni volta fosse questione di vita e o di morte, mentre è sempre e solo questione di corna, aristocratiche, naturalmente. «Non ci sono più limiti ai miei torti, non ve ne saranno più alle mie infelicità», gli comunica il suo grande amore, la principessa Czartoryska, dopo avergli sessualmente ceduto. Ci sono avvelenamenti e svenimenti, lettere appassionate e lettere glaciali e mai come in quella fine del Settecento le donne brillano per spirito e intelligenza, tanto sono al centro della scena. Quanto agli uomini, come scriverà il principe di Talleyrand, «viene insegnato che ogni scrupolo è una debolezza, la giustizia un pregiudizio e che il nostro interesse, o piuttosto il nostro solo piacere, deve decidere delle nostre azioni».

Proprio perché è la frivolezza a governarne le azioni, quelli come Lauzun sono ciechi, non vedono, non si rendono conto. Sfugge loro il senso di ciò che sta accadendo: si vede solo ciò che si spera e si spera solo ciò che si desidera. Agli Stati Generali del 1789, Lauzun è presente, ne è membro, ma non capisce che sta picconando quell'Ancien Régime di cui è stato il più perfetto esemplare. Ancora Chateaubriand, che lo aveva ammirato come emblema della fine di un mondo, ne registra con sarcasmo il nuovo ruolo: «Il duca di Lauzun, il romantico innamorato della principessa Czartoryska, il donnaiolo da rapina, il Lovelace che, secondo il nobile gergo in uso a corte “aveva avuto” questa e poi quella, il duca di Lauzun diventerà duca di Biron, comandante per la Convenzione in Vandea. Che pena!».

La repressione in Vandea è fatta sotto il segno del nuovo tricolore, Lauzun è uno dei generali chiamato a comandarla. La rivoluzione si serve di chi da cortigiano era stato celebre per la sua immoralità e Lauzun si illude che, pur essendo cambiato tutto, per lui non sia cambiato nulla, anche se intanto il re viene decapitato, la repubblica viene proclamata. Lo arrestano alla fine del 1793. Il giorno dell'esecuzione, il 31 di dicembre, le guardie lo prelevano dalla cella dove, come ultimo pasto da condannato a morte, si è fatto portare ostriche e vino bianco d'Angiò: sul patibolo, brinda alla salute del boia. Muore bene, ultimo insegnamento di quel mondo scomparso in cui era stato allevato.

Commenti

Bianchetti Andreino

Lun, 04/08/2014 - 00:33

Fare il doppio gioco tra diavolo e acqua santa, alla fine della fiera, ci si rimette il collo, con o senza ghigliottina. Monsierur Armand-Louis avrebbe fatto il bello e cattivo tempo in Vandea, Rhin e nel Var tanto da meritarsi quell'orribile ed ignobile "taglio", mostrando l'ultimo prosit al boia e alla plebe, rimasta tale ancora per poco tempo. Monsieur de Lauzin, eroe da strapazzo, non trovò riparo nemmeno sotto qualche sottana di "marca" o sotto qualche giaciglio di periferia, in quanto la sua ars amatoria considerava aristocratiche anche le vergini di campagna. Il duca esercitava un potere intermedio, sfuggente a qualsiasi controllo sia da parte del re, come dai suoi diretti preposti; una nobiltà tanto maledettamente in svendita quanto selvaggia da farsi inventare quei cesti di teste mozze. Nel 1793, racconta Victor Hugò nei suoi "Miserabili", c'erano le donne che passavano dai nobili macelli a bere il sangue degli animali appena sgozzati che scendeva dagli scoli di pietra. Quale contrasto con le ostriche e il vino bianco d'Angiò sul patibolo di Monsieur Armand-Louis, svilire e ridicolizzare così tanto la miseria della fame, avrebbe aggiunto odio all'odio che la morte per ghigliottina era da considerarsi migliore rispetto a quella per fame.