L'eroismo randagio e altruista di Arpino

L a letteratura del secondo Novecento è stata avara di figure eroiche. Occorreva liberarsi dalla retorica dei decenni precedenti, dalle nefaste conseguenze, soprattutto politiche, di un superomismo mal digerito. Eppure un'epoca di disincanto ha bisogno di eroismo, di quello vero, di quello che, come ricorda la sua radice linguistica, deriva dall'eros, dalla forza dell'amore. Dopo molte figure di antieroi, di inetti, ci pensò Giovanni Arpino a concepire una storia epica, picaresca, fantastica. Era il 1972 e lo scrittore diede alle stampe Randagio è l'eroe, ora riproposto da Lindau (pagg. 130, euro 14). Guido Piovene ne riconobbe subito la natura «imbarazzante» per la mentalità contemporanea.
La storia è ambientata a Milano, sul finire dell'estate. L'eroe è Giuan, «furente Ciclope straccione» costretto a vivere «tra preghiere e imprecazioni». Di mestiere fa il pittore specializzato in riproduzioni di soggetti religiosi. Vive con sua moglie Olona. Lei vede nel suo uomo «Garibaldi più Gesù Cristo e tutte le altre potenze». E lo accompagna nelle sue imprese notturne: i due, inforcata la bicicletta, girano per la città e Giuan ribalta «il senso della cattiveria altrui», ovvero corregge, migliora le scritte sui muri mettendoci un poco di speranza o fustigando l'inerzia degli umani con altri graffiti. E poi dipinge i volti di «infiniti Giuda», copiati da quello del Cenacolo, accompagnati da una scritta: «Giuda sei tu». Così, pur sentendosi «fuori del mondo e fuori di ogni chiesa», sferza «un'umanità che cammina in discesa, perché è più comodo», con la forza della «fede nel riscatto che onestà pudore rispetto umani dovranno pur concedere. O dovrebbero nel mistero che siamo». Unico amico di Giuan è Frank, vecchio tipografo. È lui a spingere il gigante buono ad andare oltre. Neanche lui sa bene come, pensa a qualche soluzione politica, addirittura terroristica. Ma Giuan sa che «il mondo ha bisogno di eroismo, di bene» non di violenza, e scappa, si fa randagio, si immerge nella vita dei diseredati della città. Non rimane che fare un miracolo, perché «un miracolo non muore. Anche se tutta la cenere del mondo lo ricopre». E allora Giuan va nel cortile di un ospizio, fra vecchi abbandonati dagli uomini e dalla speranza, bacia il terreno e fa spuntare «un albero quasi fosforescente». Nuova vita per i sensi dell'umanità decrepita. Il prezzo del miracolo è la sua morte, l'eroismo è sacrificio.