Il Lido "latino" soddisfa tutti Ma il cinema italiano stenta

Più biglietti e accrediti, l'orgoglio di aver puntato su una filmografia nuova caratterizzano la fine della kermesse. Ma la debolezza dei nostri film pesa

da Venezia

Tutto è bene quel che finisce bene? Si direbbe di sì alla settanduesima Mostra del cinema di Venezia. Anche solo a leggere la rilassatezza, al consueto incontro del dopo festival, sui volti e nelle parole di Paolo Baratta, presidente della Biennale, e Alberto Barbera, direttore del festival. Il primo snocciola i dati con i tremila biglietti venduti in più rispetto lo scorso anno insieme a un maggior numero di accreditati professionali e all'oliata macchina festivaliera che sforna fino a 42 proiezioni al giorno, il secondo sottolinea la «deflagrante forza del cinema latinoamericano» che in effetti ha sbaragliato tutto e tutti nelle decisioni della giuria il cui presidente però, il messicano Alfonso Cuarón, ha ammesso non essere state prese all'unanimità. Mentre sul fatto che i due maggiori premi siano andati al venezuelano Desde allá (Da lontano) dell'esordiente, ma a 47 anni, Lorenzo Vigas con la preziosa sceneggiatura di Guillermo Arriaga e all'argentino El Clan di Pablo Trapero, il regista premio Oscar di Gravity l'ha buttata sul ridere: «Mi hanno dato un sacco di soldi anche se a dire il vero il potere di persuasione di un presidente all'interno della giuria è paragonabile a quello che ha la regina di Svezia sul parlamento: nullo». Ma naturalmente, continua, «sono orgoglioso per il Leone d'Oro a Desde allá che è un film latinoamericano, scritto da un messicano. Ma non lo abbiamo scelto mica per questo, credetemi. Per quanto due parole come messicano e credibilità possano stare vicine».

Anche Baratta è soddisfatto perché «la giuria può essere come una nave che punta dritta la prua contro di te oppure può accompagnarti, e stavolta s'è affiancata appoggiando molto l'impostazione del direttore». Per poi aggiungere con la sua tipica ironia tagliente: «Rimane il fatto che quest'anno il festival di Cannes ha riscoperto il cinema francese mentre Venezia scopre quello latinoamericano». Il direttore in scadenza Barbera (Baratta ha confermato che al prossimo consiglio di amministrazione della Biennale ai primi di ottobre chiederà il suo rinnovo straordinario per un anno), cerca di spiegare cosa sta veramente accadendo alla Mostra: «È inevitabile seguire la strada del nuovo, la generazione che ha segnato per 40 anni la storia del cinema sta scomparendo. Noi non abbiamo preso i soliti noti anche perché non c'erano. Ci sono i festival che si accontentano di essere un'anteprima dell'esistente e festival che fanno lavoro di ricerca e valorizzazione, questo non vuol dire che non dobbiamo avere film hollywoodiani».

Del capitolo italiani non c'è tanta voglia di parlare, a parte l'evento di Vasco Rossi, che ha smosso centinaia di spettatori, sulla cui falsariga si lavorerà anche l'anno prossimo quando Baratta cercherà di costruire una grande arena all'aperto davanti al palazzo del cinema aperta al pubblico più giovane sempre più in flessione. Come accade da qualche anno, i nostri film non hanno vinto nulla se non per interposta persona, con le Coppa Volpi per la migliore attrice andate nel 2013 a Elena Cotta per Via Castellana Bandiera di Emma Dante, l'anno scorso a Alba Rohrwacher per Hungry Hearts di Saverio Costanzo e stavolta a Valeria Golino grande interprete in bianco e nero nel film di Giuseppe M. Gaudino Per amor vostro . Il giurato italiano, il regista di Anime nere Francesco Munzi si è intelligentemente sottratto alla lotta spiegando che «il palmarès parla da solo e poi il direttore mi ha chiesto di stare zitto». Chiamato in causa, Barbera risponde che «non c'è un problema nazionale, abbiamo presentato quattro autori estremamente interessanti, con le quattro diverse strade di Bellocchio, Guadagnino e Messina. Che poi non siano arrivati i premi è una cosa che può succedere ma so che ne hanno discusso. Ad ogni modo per me c'erano due o tre titoli più meritevoli di entrare nel palmarès. Ma non ve li dirò mai».