L'intervista Kristin Harmel

Kristin Harmel, bostoniana residente in Florida, al suo primo libro pubblicato in Italia riesce a stare alle calcagna di quella macchina-da-vendita che è la trilogia delle Cinquanta sfumature di E.L. James. Il suo Finché le stelle staranno in cielo (Garzanti, pagg. 364, euro 16,40, trad. Sara Caraffini), intricata storia d'amore che comincia nel ghetto di Parigi negli anni '40 e finisce oggi, tra i profumi di una pasticceria di Cape Code, è al quarto posto della narrativa straniera, dietro le sfumature grigie, nere e rosse. Nel romanzo, buon mix di sentimenti, gustose ricette e Storia con la esse maiuscola, c'è persino una spruzzata di autobiografismo giacché, come spiega la giovane e diafana scrittrice, «mia madre è cattolica irlandese, mio padre è agnostico, ma qualche anno fa ho scoperto per caso che la sua famiglia era ebrea».
In breve, la trama: Hope, mamma divorziata di una teen-ager, si destreggia tra una vita privata a rotoli, una pasticceria prossima alla chiusura e l'amata nonna Rose preda dell'Alzheimer. In uno dei rari momenti di lucidità l'anziana dà a Hope una lista di nomi e la spinge a volare a Parigi per scoprire che ne è stato di quelle persone, nate tutte a inizio del secolo. L'ignara nipote scoprirà che nonna Rose è di origine ebrea askenazita, che è sopravvissuta all'Olocausto e che per tutta la vita ha serbato nel cuore il ricordo di un amore assoluto.
Il romanzo si basa su un fatto storico poco noto: l'aiuto dato dai musulmani agli ebrei in fuga dal Nazismo. Perché?
«Stavo compiendo ricerche sul periodo della Shoah in Francia e per caso, in una biblioteca, mi sono imbattuta in un libro illustrato: La Grande Mosquée di Parigi. Pensai a un errore: che c'entrava una moschea con gli ebrei? Solo quando sono andata al Museo della Shoah ho trovato vario materiale che testimoniava quanto fecero i musulmani francesi per salvare alcuni amici ebrei».
Nel libro Rosa viene salvata da una semplice famiglia di origine albanese che crede nel Besa, ovvero nel dovere di aiutare il prossimo.
«Se oggi sappiamo poco di questi fatti è perché avvennero in grande segretezza: ci sono pochi documenti, non abbiamo idea dei numeri e delle persone coinvolte. I nazisti lasciarono i fedeli islamici tranquilli e il capo della Grande Mosquée era rispettato, ma i musulmani sapevano che nella follia delle deportazioni loro avrebbero potuto essere i prossimi. E stavano in guardia».
Rose è affetta da Alzheimer: molti sopravvissuti dell'Olocausto affermano che ricordare è troppo doloroso. Meglio l'oblio.
«A Rose è stato rubato tutto: la famiglia, l'amore, la vita cui aspirava. Ma aveva pur sempre la possibilità di serbarle nella memoria. La malattia le nega anche questo. Parlare con i sopravvissuti fa capire quanto possa essere ambiguo il potere del ricordo. Dieci anni fa conobbi Henri Landwirth, ebreo belga-americano sopravvissuto per caso all'Olocausto e diventato milionario. Dai 13 ai 18 anni era stato rinchiuso in un campo di concentramento e oggi la sua principale attività di beneficenza è regalare vacanze a Disneyworld a bambini malati terminali».
Un benefattore, senza dubbio molto generoso.
«Non solo. Mi disse che era in grado di provare qualcosa e di uscire dall'apatia solo quando stava con quei bambini: a lui l'infanzia era stata tolta per sempre, ma aveva il potere, oggi, di restituirne un po' a quegli sfortunati bambini».

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