L'islam, la casta, i blog Ecco tutti gli scoop del giornalista Orwell

Negli anni Trenta e Quaranta l'autore de La fattoria degli animali e 1984 scriveva articoli profetici. Su temi oggi da prima pagina

Timido, solitario, remoto, ma capace di rabbie violente che davano forza al suo linguaggio. È lo scrittore inglese più citato in Inghilterra, anche più di Shakespeare. «La sua integrità continua ad avere un profondo significato», dice Peter Davison, da decenni studioso di George Orwell e curatore dei venti volumi dell'Opera completa. Oggi quasi novantenne, lo studioso ha dato alle stampe il suo trentesimo volume su Orwell, una scintillante antologia di scritti giornalistici e altri saggi brevi con il titolo Seeing Things As They Are: Selected Journalism and Other Writings (Londra, edizioni Harvill Secker, pagg. 486, sterline 25), in cui emerge ancora un volta la feroce integrità dello scrittore, insieme al suo dono di vedere il mondo come è e non come si vorrebbe che fosse.

Testi brevi, non più di tre o quattro pagine, alcuni noti e altri meno noti, tutti affascinanti, scritti dalla fine degli anni Venti fino a un saggio su Evelyn Waugh del 1949, rimasto incompiuto. Orwell muore il 21 gennaio 1950, ma questi scritti sembrano esser stati pensati ieri, tanta è ancora la loro rilevanza, dai saggi politici alle recensioni di libri, alle rubriche personali che l'autore teneva su quotidiani e riviste minori - non amava mettersi in mostra -, ai testi radiofonici e ai servizi per la Bbc. I suoi temi primari sono la critica letteraria, la giustizia sociale, i mali dell'imperialismo, la censura. Non a caso tre dei suoi libri, Senza un soldo a Parigi e Londra , Omaggio all Catalogna , La strada di Wigan Pier , sono il risultato del suo lavoro giornalistico.

Negli scritti curati da Davison troviamo un distillato della sua chiarezza di pensiero. La sua prosa è limpida perché voleva esser capito soprattutto dal lettore comune, fare luce sul presente, forte di una profonda conoscenza del passato. Non amava confondere, intimidire, intorbidare le acque, disprezzava il gergo politico, disegnato, diceva, per vestire di menzogne la verità e dare una parvenza di stabilità al vento della retorica. Del resto nel suo grande saggio La politica e la lingua inglese lamentava che il linguaggio politico «dovesse in gran parte consistere di eufemismi, di opaca vaghezza», perché costretto a difendere l'indifendibile.

Appassionato paladino della libertà intellettuale, Orwell sosteneva che per scrivere chiaro di politica bisogna pensare con coraggio, «e se uno pensa con coraggio non può essere politicamente ortodosso». Lui stesso non è ortodosso né in politica né in letteratura. Non voleva pontificare, ma semplicemente raccontare, illustrare, illuminare.

Sempre rivendicato sia dalla destra sia dalla sinistra, nei suoi saggi e pezzi giornalistici non cessò mai di sfidare il conformismo di sinistra, di smascherare la «superficiale superiorità di chi si sente migliore degli altri», come scrive nel 1941 in una recensione del libro di Malcom Muggridge The Thirties (Gli anni trenta). Da giovane si descriveva come un «tory anarchico», più tardi si definisce un socialista democratico. Ma era troppo intransigente, troppo impegnato ad andare in fondo alle cose per essere un ideologo. Era un radicale e un conservatore, un inglese ribelle che odiava l'imperialismo e ogni forma di tirannia. Molto spesso coltivò amicizie intellettuali e affinità con i conservatori e persino, nonostante la sua avversione per il cattolicesimo istituzionale, con alcuni scrittori e intellettuali cattolici.

A sessantacinque anni dalla morte, Orwell è ancora in auge, sempre più letto e in un numero sempre maggiore di lingue. Non sempre ha ragione, ma alla sua penna non sfuggiva nulla, tutto aveva un valore e non può non colpire il fatto che una parte significativa dei suoi scritti giornalistici sia ancora rilevante oggi. Descriveva gli scrittori «vanitosi, egoisti e pigri». Senza escludere se stesso. Nel saggio Perché scrivo spiega le sue motivazioni con il puro egoismo, con l'entusiasmo estetico e con l'impulso storico, ossia «il desiderio di vedere le cose come sono, scoprire i fatti concreti e catalogarli per la posterità».

I temi che affronta negli scritti raccolti in quest'ultimo libro spaziano dallo spirito sportivo - in occasione della partita di calcio del 1945 fra la Dynamo Mosca e i Grasgow Rangers - all'immigrazione polacca nel dopoguerra, alla perversione dei recensori di libri ostaggi della pubblicità editoriale, alle questioni dell'antisemitismo che la sinistra affronta da un'angolazione troppo razionalistica, a una recensione di Mein Kampf di Hitler del 1940.

Ci sono anche pezzi critici che non mancano di spirito né di sarcasmo, come il resoconto di una seduta alla Camera dei Comuni nel 1944 che sembra scritto oggi: «Ho trovato solo un gruppo di uomini dall'aspetto mediocre in sudici abiti scuri, quasi tutti parlano con lo stesso accento e tutti ridono degli stessi scherzi». Oppure: «Rudyard Kipling fu il solo scrittore popolare inglese di questo secolo che non fosse al tempo stesso anche un pessimo scrittore». E infine: «Molti scrittori, quasi tutti, dovrebbero semplicemente smettere di scrivere quando raggiungono la mezza età. Purtroppo la nostra società non glielo permette».

Orwell lanciò i programmi letterari radiofonici, e fra le sue invenzioni ci furono le interviste immaginarie, con Swift a esempio. Inoltre adattò libri celebri per la radio, come La volpe e le camelie di Ignazio Silone. Nonostante le circostanze, parlò di grandi libri come il Corano e Il Capitale di Marx, nei primi anni Quaranta organizzò dibattiti su problemi sociali quali le minoranze musulmane in Europa e la condizione delle donne. A dispetto della censura riuscì a organizzare conferenze sulla letteratura in carcere, quando importanti figure come Gandhi e Nehru erano rinchiuse nelle prigioni britanniche in India.

Literary editor della rivista Tribune , la sua rubrica «As I please» («Come piace a me»), discorsiva, idiosincratica, oggi può essere letta come una specie di proto-blog. La sua missione era combattere ogni forma di totalitarismo. Sincerità e non aderenza all'ortodossia erano ritenuti da Orwell gli ingredienti necessari per scrivere bene. In una trasmissione alla Bbc nel maggio 1941 dal titolo Letteratura e totalitarismo la prima cosa che chiede a uno scrittore è di non dire bugie, di dire ciò che pensa e che sente veramente. «La cosa peggiore che si possa dire di un'opera d'arte è che è insincera. Lo stesso vale per il lavoro del critico. La letteratura moderna è essenzialmente un cosa individuale, o è sincera espressione di ciò che un uomo pensa e sente, o non è niente».

Commenti

Maver

Mar, 24/03/2015 - 09:41

Ho letto il suo "1984", ti lascia annichilito. Non avevo mai considerato l'ipotesi che per affrontare un autore occorresse una provata dose di coraggio, poi mi sono reso conto che occorre essere coraggiosi anche nell'imporsi di guardare la realtà come fa lui, senza difese, senza nascondersi nulla. Autore insostituibile per comprendere veramente la natura del potere e le sue logiche. Ha inteso informare l'umanità di questo, quindi nonostante la disperazione sia il tema del suo racconto non lo ritengo un pessimista.