La Madonna apocrifa di Colm Tóibín? Una mamma cattolica

Dubita dei miracoli, diffida della salute mentale degli Apostoli, considera la resurrezione un sogno. È "soltanto" una madre amorevole e apprensiva

Una Madonna molto umana, troppa umana, lontana anni luce da quella della tradizione cattolica, dalla Madre di Dio, concepita senza peccato. Ben lungi dall'essere immacolata, la Madonna che parla nel nuovo romanzo di Colm Tóibín, Il testamento di Maria (Bompiani, pagg. 99, euro 15, traduzione di Alberto Pezzotta). Piena di dubbi sulla missione del figlio illustre che le sembra parlare in pubblico con «un tono di voce falso e pomposo», sulla realtà dei suoi miracoli, sull'onestà e salute mentale dei suoi seguaci ed apostoli. E, infine, addirittura in fuga dal monte Golgota, dallo strazio di Gesù (mai nominato nel romanzo) crocifisso.
Insomma, Tóibín ha scritto un bel romanzo, teso, appassionato, con molti elementi che possono dar scandalo nella coscienza di un lettore di formazione cristiana. Perché indubbiamente ha un certo peso cancellare la scena di Maria distrutta dal dolore ai piedi della croce, l'immagine della donna che abbraccia la carne della sua carne, ma al contempo Dio fatto carne, martoriata dalla malvagità degli uomini, icona stessa della «pietà» che per secoli è stata protagonista dell'immaginario occidentale. Invece, dicevamo, nell'opera dello scrittore irlandese Maria suggella i propri dubbi sulla divinità del figlio fuggendo dal luogo del suo martirio, spaventata dal pericolo, dalla morte che le autorità giudaiche e romane avrebbero riservato anche a lei. Proprio a lei che si considera meno colpevole degli esaltati apostoli, per nulla complice della più grande impresa di sedizione che la storia ricordi e che ha diviso in due parti la stessa storia dell'umanità. E la resurrezione? Un sogno, un dolce sogno che la madre fuggiasca fa in contemporanea con l'altra Maria, la sorella di Lazzaro (lui sì resuscitato, ma ridotto quasi allo stato di zombie). Solo un sogno, niente di reale.
Gli evangelisti, però, soprattutto Giovanni, stanno mettendo per iscritto le vicende di quei giorni con un intento ben preciso: fondare una religione, creare un mito. «Prigionieri dei loro bisogni sconfinati e insaziabili», dicono che Gesù era figlio di Dio, inventano la sua resurrezione, trattano con sufficienza e disprezzo la vecchia madre scettica che non vuole capire la posta in gioco. Hanno già stabilito come tramandare ai posteri gli eventi di quei giorni e si incupiscono quando Maria si intestardisce a testimoniare qualcosa di differente. Ovvero la piena umanità sua e di suo figlio sacrificato inutilmente, coinvolto in una vicenda più grande di lui. Non piena di grazia, dunque, questa Madonna, ma di dubbi e rimorsi, di terrore per tutto l'odio che ha visto scaraventarsi contro la sua creatura. E allora, anziana ed esule in quel di Efeso, nemmeno vuole mettere più piede in sinagoga, quasi rifiutando le origini ebraiche, e preferisce pregare nel tempio di Artemide, grande dea con «le numerose mammelle in attesa di nutrire coloro che si avvicinano a lei»: un'immagine gioiosa della maternità, non tragica come quella che, suo malgrado, ha dovuto indossare la povera donna di Nazareth.
Per un cristiano sarebbe legittimo non tanto indignarsi per la ricostruzione di Tóibín, che rimane un pregevole narratore e non certo uno storico o un teologo, ma nutrire qualche dubbio sulla sensatezza di una Maria dipinta in queste vesti. Da quasi due secoli, a partire dalla Vita di Gesù di Renan (1853), si leggono interpretazioni umanizzate, troppo umanizzate, delle vicende accadute intorno all'anno zero. Forse è giunto il tempo di investigare quel mistero, sempre con le armi della narrativa e del romanzo, in maniera più metafisica e spirituale. Ma è anche lecito chiedersi se Tóibín abbia veramente scritto una vita della madre di Gesù. Forse è rimasto fedele ai temi della famiglia già toccati negli altri suoi romanzi, non ha fatto altro che raccontare la storia di una madre. Una madre in conflitto con le scelte di un figlio un po' ribelle, incompreso, che frequenta brutte compagnie («dementi, epilettici, insoddisfatti, balbuzienti», rivoluzionari ed apocalittici). Una madre troppo protettiva nei confronti del figlio, una mamma chioccia spaventata dal pargolo che va incontro al mondo. Avrebbe sicuramente preferito che fosse rimasto a casa, a Nazareth, a fare il falegname.
In sintesi, la Maria che parla nel romanzo dello scrittore irlandese ci pare proprio una protettiva mamma cattolica.