Manet incontra Tiziano Ed è una esplosione di sensualità femminile

da Venezia

Olympia per la prima volta lascia la Francia. Va a Venezia a incontrare un'altra donna sublime: la Venere di Urbino. L'Olympia di Édouard Manet (1867) e la Venere del Tiziano (1538) da oggi sono per la prima volta l'una di fronte all'altra, nell'appartamento ducale di Palazzo Ducale dove, per inciso, da trenta anni non si teneva una mostra temporanea. Olympia arriva dal Musée d'Orsay di Parigi - di cui è una delle opere-simbolo - Venere, altrettanto eccezionalmente in prestito, giunge dalla Galleria degli Uffizi. «Forse per rilanciare i nostri musei bisognerebbe trasmettere le partite di Sky», Crozza dixit. Forse, basterebbero mostre così: con un'idea forte e la buona volontà di movimentare le opere.
Manet. Ritorno a Venezia è la mostra che la Fondazione Musei Civici di Venezia ospita fino al 18 agosto a Palazzo Ducale, progettata con il Musée d'Orsay e coprodotta con 24Ore Cultura (catalogo Skira): illustra attraverso un corpus straordinario d'opere dell'artista francese e confronti inediti con autori quali Tiziano, Carpaccio, Del Sarto e Guardi, la liaison tutt'altro che dangereuse tra Manet e l'Italia. Per realizzarla, il museo parigino si è privato di 37 capolavori: oltre all'Olympia, Il piffero, Odalisca, Ritratto di Émile Zola. Perché? «È bello, durante la Biennale, presentare a Venezia un vivace contrappunto d'arte moderna: i musei dovrebbero pensare in chiave europea e concepire mostre in grado di attrarre pubblico da vari Paesi», spiega Guy Cogeval, direttore del d'Orsay che, con Gabriella Belli, direttrice della Fondazione Musei Civici Veneziani polo veneziano, ha ideato il tutto (costo: 2 milioni di euro, obiettivo minimo: 210mila visitatori). Cuore dell'esposizione è il faccia-a-faccia - su elegante color porpora - tra l'Olympia e la Venere di Urbino, due icone della storia dell'arte. Manet adora Tiziano, e ben lo conosce: da ragazzo ha lavorato al Louvre come copista, amando subito l'arte italiana. I viaggi a Venezia e Firenze hanno fatto il resto. Eppure laddove la tizianesca Venere è oggetto di piacere e trasuda languore erotico, la femme de plaisir di Manet è indifferente, è mero oggetto di pittura. Anche nelle altre otto sale, dal confronto diretto con le opere, emerge come la lezione di Carpaccio, Lotto, Guardi e Tintoretto sia stata assimilata da Manet, il più italiano tra i francesi, in un modo tutto suo. Dalla prima monografica su Manet nel nostro Paese esce un pittore imbevuto di Rinascimento ma quasi insolente nella libertà di citazione, capace di intuire la portata della rivoluzione impressionista ma ancora legato al lavoro in studio.