Manzoni, la faccia tosta dell'artista da giovane

Più estremo di Duchamp, con gli escrementi in scatola raggiunse subito un punto di non ritorno. Oggi molti lo imitano malamente

«Fra i Manzoni preferisco quello vero: Piero» cantano i Baustelle in Un romantico a Milano. La capitale del boom economico, del design, dell'editoria, del Bar Giamaica a Brera e della Vita agra di Luciano Bianciardi. Sono i primi anni Sessanta quando un giovane artista della provincia di Cremona mette a subbuglio il mondo dell'arte dichiarando di aver inscatolato i propri escrementi in barattoli numerati e firmati. Si chiama Piero Manzoni, forse pronipote dell'autore dei Promessi sposi, un ragazzo ironico e pieno di vita. Un destino tragico lo porta via ben prima del tempo: il 6 febbraio 1963 muore per un infarto nel suo studio di via Fiori Chiari, a pochi metri dall'Accademia. Non ha ancora compiuto trent'anni.

Dopo mezzo secolo Manzoni resta una ferita aperta nell'arte italiana. Condivide il destino dei geni scomparsi da giovani: il suo lavoro non ha avuto la controprova della maturità. Quali altre provocazioni si sarebbe inventato dopo il fiato d'artista, le sculture viventi, l'impronta digitale e la celeberrima merda? O forse si sarebbe rivolto a un lavoro più formale e meno trasgressivo, come il maestro Fontana o come quegli artisti esplosi con lui - Castellani e Bonalumi - divenuti presto degli esempi di eleganza?
Al centro c'è proprio la questione della merda, che ha fatto inorridire passatisti e moralisti, esaltando per contro gli amanti dell'avanguardia e i teorici della provocazione permanente. Leggende metropolitane sussurrano che qualcuno abbia provato ad aprire la scatoletta, incurante del valore in costante ascesa, ma nessuno sa davvero cosa ci abbia trovato dentro. La merda d'artista rivela un coraggio incurante dei giudizi e divertito dalle critiche. E Piero Manzoni, nella sua breve vita d'artista (i primi lavori datano 1956), faccia tosta l'ha sempre dimostrata, passando dalle impronte di oggetti su fondi a olio catramosi, un lascito informale unito alle emergenti esperienze dei francesi, Yves Klein e Arman in particolare, per arrivare all'Achrome, ovvero al totale rifiuto del colore in un'epoca in cui si predicava la fine della pittura.

La sua Milano gli dedica una nuova retrospettiva di ben 130 opere che aprirà martedì a Palazzo Reale, coprodotta dal Comune e da Skira per la cura di Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo, visitabile fino al 2 giugno. Al di là della completezza filologica della rassegna, sarà difficile trovare una nuova lettura alla poetica di questo artista, capace di assorbire gli stimoli provenienti dai lavori dei colleghi, aggiungendovi dissacrazioni a manciate.

Chi lo ha definito l'erede più diretto di Marcel Duchamp forse non ha colto completamente nel segno, perché se il francese imponendo l'oggetto ready made all'interno del museo ha stabilito il primato assoluto del contesto, Manzoni ha compiuto un passo ancor più estremo, quello di togliere qualsiasi valore intrinseco all'opera: dopo la merda, insomma, non si può che tornare indietro. Qualsiasi altro gesto sarebbe risultato meno provocatorio e definitivo. Per lui arte contemporanea non prevede più la contemplazione né la bellezza. Basta mettersi d'accordo tra i diversi attori del sistema ed ecco che 30 grammi di cacca in scatola valgono quanto l'oro. Sufficiente è crederci.

Pur avendo sviluppato una poetica per certi versi contigua, non si può paragonare Manzoni a Fontana. L'argentino infatti era vario, sintetico e barocco, formale ed elegante, mentre in Manzoni la vincono sempre lo sberleffo e il coup de théâtre, in ragione evidentemente dell'età. Sono convinto che al lombardo manchi qualcosa per essere ritenuto uno dei grandi del secondo Novecento: non ha, appunto, la fantasia di Fontana, né il rigore drammatico di Burri e neppure lo sguardo internazionale di alcuni esponenti dell'Arte Povera.

Manzoni ha generato un ampio numero di imitatori che imperversano nel mondo dell'arte da un cinquantennio. La lucentezza di certe stelle comete sta nell'apparire, lasciar dietro di sé una scia luminosa e poi implodere. Manzoni brillava di luce propria, mentre i suoi eredi non riescono neppure ad accendere una lampadina da 30 watt nel buio dell'arte di oggi.

Commenti
Ritratto di centocinque

centocinque

Lun, 24/03/2014 - 08:44

A me sembrano due sopravalutati cialtroni: un pisciatoio è un pisciatoio anche se lo chiami fontana e una cacca è una cacca anche se la etichetti d'artista e la metti in scatola.