Il massacro e l'esodo La guerra dei Balcani diventa un romanzo

Tra realtà e finzione, al centro dell'intreccio c'è Ana Mladic, la figlia suicida del generale serbo accusato di genocidio

C'è una ragazza studiosa e piena di vita, per la quale suo padre è un esempio e che di suo padre è l'orgoglio. Ha 23 anni, studia medicina, vuole diventare chirurgo. Fra le sue fantasie c'è quella di una famiglia numerosa, un marito esemplare, un legame affettivo che unisca il nonno ai nipoti, una comunità di memoria e di sangue, ideale e carnale. E infatti un'altra fantasia la vede alle prese con un difficile intervento operatorio a cuore aperto, aneurisma aortico, terminato il quale scoprirà che quel paziente intubato di cui non ha potuto vedere il volto, è proprio quel genitore tanto amato e ammirato. «Mi hai riportato in vita» gli dice lui al risveglio. «Tu un tempo mi hai dato la vita, ora siamo pari» gli sussurra lei tenendogli la mano. Ana è il suo nome, Ratko quello paterno, militare di professione, ufficiale con il grado di generale. Il loro Paese è in guerra, una guerra patriottica, la difesa dell'integrità territoriale e ideale di una nazione, e per Ana quel padre ne è l'incarnazione nonché la certezza della vittoria. Un'altra delle sue fantasie la vede infatti mentre cammina con i suoi bambini per una strada che a lui, proprio per questo, è stata dedicata.
Poi c'è un viaggio all'estero, con amici che non si rivelano tali, con nuove conoscenze che svelano ciò che la censura interna nasconde. C'è un alone sinistro intorno a quella figura tanto amata: stragi, sangue innocente, un boia e non un guerriero, e dentro di lei qualcosa si spezza. Tornata a casa, Ana si ucciderà con un colpo di pistola, esploso proprio da quel cimelio di famiglia che Ratko le aveva insegnato a smontare e a pulire, lo stesso con il quale, in futuro, sempre Ratko avrebbe voluto festeggiare, sparando al cielo, la nascita del primo nipote.
Una figlia (Sellerio, pagg. 488, 16 euro), di Clara Usòn, è il romanzo di una storia vera. I protagonisti hanno per cognome Mladic e lo scorso anno, dopo una lunga latitanza, il generale Mladic è finito sotto processo: l'accusa è di genocidio, l'assedio di Sarajevo, la pulizia etnica in Bosnia, il massacro di Srebenica fra i capi d'imputazione. Ana Mladic si sparò nel marzo del 1994, suo padre ha sempre considerato quel suicidio il frutto della campagna d'odio nei suoi confronti.
Fra dati storici e elementi creativi, il romanzo della Usòn racconta dunque l'ultimo decennio del secolo scorso, allorché i Balcani si trasformarono nella polveriera d'Europa in un susseguirsi di indipendenze nazionali, guerre civili, pulizie etniche, massacri e esodi culminanti nel bombardamento Nato contro la Serbia per l'«emergenza umanitaria» in Kosovo… La cosiddetta «macedonia iugoslava» che sotto Tito aveva retto meno di quarant'anni si rivelò un coacervo di rivendicazioni territoriali e fondamentalismi religiosi e fu come se l'internazionalismo ateo e comunista che l'aveva tenuta insieme non fosse mai esistito, un belletto ideologico e niente più. Quello che allora non si comprese è che quel conflitto non riguardava lotte fra Stati moderni, ma qualcosa di più disperato: guerre fra imperi del passato. Era questo a renderli irredimibili, perché la loro dimensione storica li rendeva inconciliabili nel presente, portava in primo piano nei suoi belligeranti precedenti incontestabili quanto irrealistici, frontiere non reali, ma mitiche, eternizzate e/o congelate nel ricordo della loro massima espansione per ciascuno dei contendenti.
Così, Una figlia affonda anche le sue radici in un passato pluricentenario nel quale la mitologia della Serbia prende corpo e vigore, a partire da quel 28 giugno del 1389 quando nella radura di Kosovo Polje, il Campo dei corvi neri, si affrontano un sultano ottomano e uno zar serbo d nome Lazzaro. Morirono entrambi nella battaglia, ma l'armata turca prevalse e l'impero di Lazzaro non risorse. Gli scampati intrapresero una loro Lunga marcia verso le piane fertili della Vojvodina o i picchi del Montenegro. Le stazioni divennero icone, ancora oggi presenti nei villaggi serbi come ornamento casalingo. Una di esse mostra una giovane donna che disseta un guerriero ferito, fra cadaveri turchi. La ragazza di Kosovo è il titolo e il Kosovo è divenuto nel tempo la Gerusalemme dei serbi, il luogo in cui tornare un giorno,il muro e il mito della nostalgia a cui nel XX secolo Slobodan Milosevic attinse per riciclarsi da burocrate comunista a profeta nazionalista. «Mai più una seconda Kosovo» griderà nel giugno del 1987, una sorta di dichiarazione di guerra e insieme il preannuncio della ferocia a venire.
Per certi versi, Una figlia ha un piglio shakespeariano nel suo richiamare alla mente il racconto di Orazio nell'Amleto: «E sentirete allora di atti carnali, sanguinosi e snaturati; di castighi temerari e di uccisioni casuali; e di altre, preparate d'astuzia o per necessità; e di mal orditi complotti ricaduti sul capo dei loro artefici…». Per altri, sconta l'annoso equivoco che si cela sempre nella commistione fra saggio e romanzo, dove il dato storico e la fantasia si intrecciano a tal punto da divenire interscambiabili. Sotto questo profilo, lo stesso epilogo, affidato a una delle voci narranti, suona un po' troppo liquidatorio nel suo ridurre a una riga, «nel 1999 aerei della Nato bombardarono Belgrado», quella che resta una pagina agghiacciante della diplomazia occidentale e, come dire, dà un sapore di dubbio a tutto ciò che l'ha preceduto, quasi che la Serbia in quanto tale fosse sempre e comunque carnefice e mai vittima.