McInerney, buona penna e cattivo calice

L’autore de "Le mille luci di New York" quando si tratta di vini e di vitigni non ci azzecca. Ha gusti troppo "yankee"

Il vino va bevuto, non va letto. Ed è inutile leggerne se chi scrive, scrive di inclinazioni e scelte personali. Così è il nuovo libro di Jay McInerney, I piaceri della cantina (Bompiani), una raccolta di «articoli enologici» stesi nell’arco di cinque anni per riviste e giornali statunitensi. Il grande scrittore di Le mille luci di New York, e Good Life, definito «l’edonista della letteratura americana», spigola, in oltre 270 pagine, molte notizie (qualcuna arcinota) e ricordi privati, mescolando il tutto a gustose citazioni letterarie.
Ma sul vino, come sul cibo, si può scrivere soltanto in due modi: facendone poesia o narrandone caratteristiche peculiari e stile. Rifiutando entrambe le possibilità, il libro di McInerney si rivela a tratti ripetitivo. Gli argomenti, i nomi, i vitigni, i vini, le zone geografiche sono, pagina dopo pagina, sempre i medesimi, limitati alle preferenze (e a questo punto è lecito pensare anche alle conoscenze) dello scrittore.

Che sono in fondo le preferenze (e le conoscenze) accordate dalla vasta maggioranza degli americani a una tipologia di vino ben definita. Prodotti caratterizzati dall’alto grado alcolico, dalla grande forza estrattiva, dagli aromi intensi e speziati e che, mancando di armonia, sono chiamati a reggere l’abbinamento con le pietanze grasse e untuose della cucina statunitense. Non sono molti i vini che rispondono a queste caratteristiche: quelli del Nuovo Mondo, soprattutto i californiani (che difatti occupano oltre la metà del libro di McInerney) e, in misura più contenuta, i rodanensi, gli alsaziani e i renani (alle quali è dedicato un altro quarto del volume).

L’elogio che McInerney fa della Wine County (la regione di Napa e Sonoma valley, a nord di San Francisco, dove si trova anche The French Laundry, da anni considerato il miglior ristorante degli Stati Uniti, un’oasi di pace europea in terra americana) risulta in buona parte incomprensibile per italiani e francesi, così come i suoi vini al momento dell’assaggio. L’atmosfera, tanto è patinata, appare finta. Il paesaggio, idealmente, vorrebbe fondere la dolcezza delle colline italiane all’art de vivre francese all’amore anglosassone per la campagna. Le wineries si susseguono una dopo l’altra, immerse in rigogliosi vigneti. Nomi altisonanti sbirciano dai cartelli e dalle imponenti cancellate che affacciano sulla piccola ma trafficata strada che percorre i cinquanta chilometri della valle: Niebaum-Coppola, Opus One, Mondavi... Un’opulenza hollywoodiana domina l’architetture delle cantine, il design delle sale degustazione, e impronta i vini a discutibili eccessi.
Un florilegio di errori, imprecisioni e ovvietà si incontra poi nelle pagine che McInerney dedica ai vini europei. Come il Condrieu all’aroma di pesca da bere giovane (mentre non solo il paradigma olfattivo di questo particolare vino francese tende all’albicocca ma è essenziale, per poterlo gustare nella pienezza dell’espressione, lasciarlo maturare in bottiglia per diversi anni) o il Sagrantino di Montefalco assimilato a un Syrah (quando invece, per la sua caratteristica essenziale, l'immensa carica tannica, viene indicato come «parente» del Petit Verdot).

Scorrendo le pagine spiccano per l’assenza di menzione i delicati vini della Valle della Loira, gli eleganti Baroli e Barbareschi e i grandi toscani, sacrificati a imbevibili Malbec argentini, a incomprensibili Pinotage sudafricani, ad artificiali Cabernet Sauvignon cileni.
Ancora più ridicoli sono gli spazi dedicati alla regione che produce i vini più raffinati del mondo, la Borgogna, una decina di pagine, sorte che divide con la Champagne. Prevalgono invece, capitolo dopo capitolo, trite discussioni d’accademia sulla supremazia fra Pomerol e Saint-Émilion, vetusti elogi dell’Amarone della Valpolicella, delle tecniche di coltura biodinamica e del terroir.
Se ciò che conta è «l’espressione del luogo» (così dichiara a McInerney Jacques Lardière, enologo della maison Louis Jadot di Beaune), allora si dovrebbe concludere (come potrebbero insegnare due maestri del vino italiano, Angelo Gaja e Maurizio Zanella di Cà del Bosco) che solo dalla storia, dalla misura e dalla dedizione possono scaturire quelle grandi bottiglie capaci di attraversare i decenni e di regalare emozioni indelebili. Perché il vino, ricorda Roger Scruton nel suo Bevo dunque sono, è un «viaggio nell’equilibrio».
Insomma, il risultato del lavoro di McInerney? Promosso in letteratura. Rimandato in enologia.