Buttafuoco: "Meglio le città-operaie dei Borboni degli alveari marxisti"

Lo scrittore siciliano: "I politici locali chiedevano al Partito, e il Partito sceglieva tecnici e architetti"

C'è una ragione precisa ben oltre l'emergenza sociale se in posti come Tor Sapienza succede quel che succede. A riguardo lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco ha idee chiare: «Di certi fenomeni ci accorgiamo solo quando esplodono» dice al Giornale , «ma sono manifestazioni di un disagio antico. Le periferie nelle città italiane mi fanno venire in mente gli esperimenti dell'etologo Konrad Lorenz. I recinti in cui venivano collocate le cavie, che a forza di stare ammassate esplodevano in comportamenti aggressivi le une verso le altre».

E chi sarebbe l'autore dell'esperimento sociale i cui risultati vediamo all'opera in questi giorni?

«L'ideologia della sinistra collettivista. L'ossessione totalitaria di creare ghetti pulviscolari cui destinare sacche di popolazione da indottrinare, eventualmente, dopo. Non a caso Tor Sapienza è un quartiere di tradizione comunista, uno dei posti chiave della mobilitazione di sinistra. Il mito architettonico della città ideale si è incarnato in palazzoni e colate di cemento. Luoghi dove la gente vive come se si trovasse infilata in scaffali».

Quindi la bruttezza e il gigantismo soffocante hanno una matrice di sinistra...

«Chi c'era negli anni '60 ricorderà i cataloghi dell'Einaudi, con tutti questi titoli di urbanistica “illuminata”. Negli anni '60-70 l'anonimo consigliere comunale nello sperduto paese d'Italia, nell'affidare il progetto di un nuovo quartiere o edificio, si rivolgeva al partito, che forniva i professionisti di riferimento. Gente vissuta nell'apnea dell'ossessione totalitaria. Le periferie derivate da questa congiura di cervelloni non erano altro che baraccopoli di cemento».

Vengono in mente tanti progetti faraonici rivelatisi poi non-luoghi di tristezza e degrado, come Le Vele di Scampia.

«O lo Zen a Palermo. O il quartiere Librino di Catania. Erano molto meglio le città operaie costruite dai Borboni. Ma c'è un esempio ancora più eclatante».

Quale?

«Scicli. Un paese che è un trionfo della “maraviglia” barocca, location dei film più importanti e di Montalbano, patrimonio Unesco. Nella piazza di questo gioiello, tra la cattedrale e un palazzo liberty, negli anni '60 fu costruito uno degli obbrobri più assurdi che derivano da questa vulgata marxista. La scuola Micciché-Lipparini, ispirata a Niemeyer, edificata demolendo un antico collegio dei Gesuiti».

Se la situazione è questa, che fare? Ci crede alla teoria del «rammendo delle periferie» di Renzo Piano?

«Altro che rammendo, come dice il mio amico ingegnere Michele Fronterrè ci vonnu i bumma ! Ci vogliono le bombe!».

Commenti

Nadia Vouch

Gio, 20/11/2014 - 20:04

Però, ricordiamolo che taluni "formicai" umani, di ispirazione come detto, furono costruiti spesso persino a ridosso di periferie oramai socialmente consolidate. Questo ha comportato che, i formicai umani in questione si sono ritrovati isolati non solo da un ipotetico centro di civiltà (cittadino o paesano che sia), ma persino isolati dalla stessa periferia. Nel senso che, mentre in quella che era la periferia si era ormai costituita una sorta di organizzazione civile, arrivarono questi "formicai", del tutto a sé stanti. Quale integrazione?

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Ven, 21/11/2014 - 22:09

Va detto che uno dei problemi dell'Architettura e dell'urbanistica del '900 è: come andare d'accordo con la tecnologia e con l'uomo. Solo chi ha disponibilità economica e adeguati 'agganci' può permettersi spazio, tempo e architettura, ville esclusive e gli ‘oggetti’ del potere, alto artigianato e antiquariato. Per gli altri si è tentato di contrastare la 'dispersione' e la 'chiusura' nel proprio lotto con strutture di vasta scala che dessero qualità alla vita e ricreassero una proposta di socialità. Ma gli uomini sono tendenzialmente prepotenti e hanno usato la scusa della 'disumanità' (vera o presunta) di queste strutture per 'chiudersi' e 'aggredire', generando, così, l'inevitabile degrado, p.es., di Scampìa.